giovedì 21 marzo 2019
lunedì 19 marzo 2018
PIEVE
DI CADORE
Lo aveva spiegato ancora due anni fa il direttore del centro di Gorizia che si occupa del rilascio dei permessi di soggiorno ai richiedenti asilo in Italia, parlando ad un incontro organizzato dal Presidio di Libera Cadore "Barbara Rizzo" alla Tappa di Valle di Cadore: “L’accoglienza
dei richiedenti asilo in Italia non è più una emergenza, ma un
fatto epocale che deve essere finalmente affrontato con forme
d’integrazione differenti
da quelle attuali”. Oggi ad affermarlo è anche Anna Del Favero, una
infermiera che dopo aver iniziato la sua vita lavorativa a Pieve ha
trascorso 7 anni in Brasile per l’associazione "Tecnici
volontari cristiani" e poi altri 3 anni in Uganda, Angola e Mozambico
con il Cuem di Padova. Oggi è in pensione e osserva dall’esterno
quanto sta succedendo in Italia e in provincia di Belluno per quanto
riguarda gli immigrati che incontra spesso sul suo cammino. “Non è
una situazione che mi soddisfa, racconta, perché queste persone che
arrivano nel nostro paese, non sono accolte come meriterebbero e la
loro dignità viene calpestata. Non vengono trattate come persone
normali, ma come persone disabili e incapaci di fare qualsiasi
lavoro. Devo premettere che capisco chi critica la loro presenza e
alle volte ha paura di loro, perché le strutture che li accolgono non fanno nulla per integrarli e insegnare loro come comportarsi, come
lavorare, come tenere in ordine la casa dove abitano”. D. Perché
succede questo? R.”Principalmente perché chi li accoglie e li
gestisce fa molto poco per far conoscere il territorio dove arrivano.
Spesso le cooperative che li hanno in carico si accontentano
d’incassare i 35 €uro al giorno che sono pagati per il loro
mantenimento. Questo succede perché manca un progetto a livello
nazionale per la loro gestione e per insegnare loro i fondamenti del
nostro modo di vivere e come dovrebbero comportarsi: innanzitutto non
sono obbligati a imparare la lingua italiana e di conseguenza solo
circa il 3 % segue i corsi per imparare a parlare l’italiano.
Conoscere la nostra lingua è alla base di un rapporto con le persone
residenti. L’insegnamento dell’italiano, inoltre è la chiave per
aprire la porta che li porta a conoscere come si vive in Cadore. A
causa di questa carenza diventa molto difficile far loro
comprendere che vivere nel nostro paese comporta oltre che dei
diritti, anche dei doveri. Invece, anche in alcune riunioni alle
queli ho partecipato, vengono messi in disparte e nessuno chiede
loro: <noi stiamo facendo molte cose in vostro favore, ma cosa
siete in grado di fare voi per noi, come volete contraccambiare
quanto noi facciamo per voi? D. Cosa intende con questo? R.”Sono
andata in centro gestito da una cooperativa per un servizio. Ho
trovato che poiché non c’era la donna delle pulizie, i servizi
erano poco igenici. Ero insieme ad un operatore che non diceva nulla.
Ho dovuto spiegare io agli ospiti che se volevano il gabinetto in
ordine dovevano pulirlo loro. Non ne erano capaci: ho dovuto
insegnare loro come fare e come utilizzare i detersivi che c’erano.
Sono ripassata dopo qualche tempo e i servizi erano puliti, docce
comprese”. D. Concludendo: cosa serve? R.”E’ indispensabile che
ai richiedenti asilo vengano fatte lezioni di educazione civica e
consentito loro di lavorare. Solo così incominceranno a sentirsi
persone normali e non essere più obbligati, una volta ottenuto il
permesso di soggiorno, a trovare scappatoie per poter vivere”.
La donna della foto per assistere ai corsi di formazione percorre ogni volta 130 chilometri a piedi.
martedì 27 febbraio 2018
PER ELIMINARE LE BABY GANG E' NECESSARIO CAMBIARE L'APPROCCIO AL PROBLEMA
Post indirizzato ai mezzi d'informazione che si occupano di educazione dei ragazzi in età della scuola dell' obbligo.
I molti casi di esplosione di violenza da parte di ragazzi singolarmente o in gruppo -anche visti come baby gang-, hanno portato alla luce un problema che esiste da sempre, ma che solo in qualche occasione ha trovato una soluzione accettabile. Ha trovato, invece, molti educatori e comunicatori che lo hanno affrontato sia sulla stampa, sia sui blog e molto più spesso nei salotti televisivi con lo scopo di fare grandi ascolti perché l'educazione e la criminalità dei giovani sono argomenti che affascinano gli ascoltatori, specialmente quando questi ultimi sono interessati perchè sono famigliari o genitori di ragazzi giovani in età scolare. Durante le incheste e i dibattiti emergono chiaramente le carenze della società nella quale viviamo nella quale gli imputati sono sempre la scuola o la famiglia.Spesso tutte e due. Nessuno però affronta il tema: "COSA E' POSSIBILE FARE PER RIDURRE O ELIMINARE ILPROBLEMA". Tutti sono indirizzati ad analizzare i vari comportamenti, addebitando i cattivi comportamenti alternativamente alle famiglie spesso inesistenti o alla scuola che non riesce più ad essere una comunità educante.
Ho letto molti articoli di stampa ed ho seguito varie tavole rotonde e altrettanti salotti televisivi ai quali hanno partecipato dagli scrittori, ai psicologi e ai psichiatri della gioventù, nonchè magistrati che si occupano di minori. Pagine intere dedicate a questo problema, centinaia di ore di discussioni che non portano a risultati concreti, come invece sarebbe auspicabile nell'interesse dei giovani. Tutti dimenticano costantemente che i comportamenti esuberanti che a volte sfociano nella violenza dei ragazzi, sono legati alla loro età con la necessità di farsi notare, per dimostrare agli adulti che <loro esistono>.
Questa loro energia, questa voglia di emergere, invece che essere lasciata libera e incanalata verso obiettivi positivi, trasformata in azioni utili alla loro crescita e indirizzata verso un progetto con un obiettivo scelto dagli stessi ragazzi. L'attività sportiva va bene, ma spesso è indirizzata verso obiettivi economici, che se non vengono raggiunti, deludono chi la pratica e i genitori che spesso s'illudono di avere dei campioni in famiglia. Esistono, invece, dei metodi educativi che indirizzano i bambini e i ragazzi verso una vita positiva, anche se il fattore economico non è importante. Di questi metodi e dei loro benefici sulla gioventù in televisione, sulla stampa e sul web, non ho mai sentito né parlare né discutere.
Uno di questi metodi è lo Scoutismo.
LA PROPOSTA EDUCATIVA SCOUT
Il metodo educativo è quello dello scoutismo, i cui principi fondamentali si trovano nell’opera del fondatore Baden-Powell e sono tradotti in un modello educativo maturato progressivamente nell’esperienza dei capi che si sono succeduti nel corso degli anni. Questi principi sono perseguiti in maniera adeguata all’età, rispettando i tempi di crescita dei singoli e della comunità. In quanto metodo attivo, lo scoutismo si realizza in attività concrete proposte alla ragazza e al ragazzo, che sono incoraggiati ad imparare con l’esperienza, la riuscita e i propri eventuali errori. Lo stile con il quale si svolgono le attività è dell’imparare facendo, dove le conoscenze del più competente vengono trasferite agli altri, dando così primato all’esperienza. Tutte le attività sono realizzate nella semplicità e si fondano sull’uso di mezzi poveri per una concreta educazione a questa virtù e per favorire la partecipazione alle attività di ogni ragazzo e ragazza, indipendentemente dalle condizioni economiche. Il metodo educativo in Italia è esercitato da alcune associazioni (- AGESCI - Associazione Guide E Scout Cattolici Italiani http://www.agesci.org
- AIGSEC - FSE - Associazione Italiana Guide E Scouts d'Europa Cattolici aderenti alla Federazione dello Scoutismo Europeo http://www.fse.it
- ASCI - Associazione Scoutistica Cattolica Italiana http://www.asci.it/ - Associazioni Laico-Pluraliste
- ASSISCOUT - Associazione Indipendente Scout http://www.assiscout.org/
- ASSORAIDER - Associazione Italiana dello Scoutismo Raider http://www.assoraider.it/ Federata - CNGEI - Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani http://www.cngei.it - Associazioni di Minoranze Religiose
- AISA - Associazione Italiana Scout Avventista http://www.avventisti.it/ga/downloads.asp?cat=15 - ASEI - Associazione Scout Evangelici Italiani http://www.asei.it) Tra queste quella con i numeri più alti è l’Agesci (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani). La sua proposta educativa
-vede i giovani come autentici protagonisti della loro crescita;
-deriva da una visione cristiana della vita;
-tiene conto della globalità della persona e quindi della necessaria armonia con se stessi, con il creato, con gli altri;
-è attenta a riconoscere valori, aspirazioni, difficoltà e tensioni nel mondo dei giovani. In relazione alle caratteristiche psicologiche delle successive età dei ragazzi e delle ragazze, il metodo scout si articola in tre momenti specifici, coordinati e progressivi di educazione, denominati branca Lupetti/Coccinelle, branca Esploratori/Guide, branca Rover/Scolte. I capi cercano di utilizzare in modo corretto il metodo scout così come pensato da B.P. e reso attuale dall’esperienza di coloro che, dopo il fondatore, lo hanno applicato. In modo particolare vengono sempre tenuti presente i quattro punti fondamentali: -formazione del carattere; -salute e forza fisica; -abilità manuale; -servizio del prossimo. Attraverso questi quattro punti, il cammino scout ha come finalità quella di educare uomini e donne della Partenza, ovvero uomini e donne che scelgono di giocare la propria vita secondo i valori proposti dallo scoutismo, che indirizzano la loro volontà e tutte le loro capacità verso quello che hanno compreso essere la verità, il bene e il bello.
Come esempio che di mostra la validità del metodo e che vale per tutta la vita, può essere preso quello di Nebbiù nel Comune di Pieve di Cadore.
Nel 1954 in questo piccolo paese di montagna (450 anime),
dove non esisteva nessuna struttura organizzata per i bambini e i ragazzi venne fondato un riparto di scout formato da due squadriglie di Esploratori per un totale di 24 ragazzi. Sotto la direzione di un Rover in servizio militaredi leva nella vicina caserma, un ragazzo di 17 anni e un assistente spirituale, le due squadriglie iniziarono la loro attività. Le mamme e le nonne confezionarono le divise e i guidoni e i ragazzi di età tra i 9 e i 14 anni iniziariono a studiare la natura, imparare i nodi, fare delle <uscite> (escursioni) e organizzare i primi campeggi. Utilizzando una stanza della casa canonica riuscirono ad avere anche una sede e l'attrezzatura adeguata da loro acquistata un po' alla volta. Durante l'estate al gruppo si aggregarono altri 6 ragazzi di famiglie in villeggiatura che s'integrarono perfettamente. Il riparto sviluppò molte attività anche importanti e divenne il simbolo di una realtà invidiata da tutti i paesi limitrofi e un esempio anche a livello regionale. E' stato un metodo educativo che ha fatto sì che in tutta la comunità pesana da allora a tutt'oggi non si verificasse nessuna baruffa o atto violento. Tra i membri delle squadriglie e all'interno del riparto nacque una fratellanza talmente forte che che ha fatto sì che dal momento dello scioglimento avvenuto a dieci anni dalla costituzione per motivi personali (matrimoni) e di lavoro (il paese è terra d'emigrazione), questo legame non si sia mai rotto. Tutti gli scout, oggi dispersi tra l'Europa, il Sudafrica e l'Australia, non si sono dimenticati dei principi che hanno appreso in quegli anni ormai lontani e basati sulla volontà di fare del bene agli altri. E se uno di loro salendo su un bus vede una persona in difficoltà, non esita un istante a cedergli il posto o aiutarla contro i violenti se ne ha bisogno. Un legame di amicizia e fraternità che è rivolto anche verso gli scout degli altri riparti italiani e stranieri.
Ancora oggi: nonostante che dal momento della nascita del gruppo siano passati più di 60 anni e qualcuno non ci sia più, quando è possibile incontrarsi e ricordare quei tempi è festa grande per tutti i protagonisti di quell'esperienza educativa e per il paese. Non sarebbe opportuno che lo Stato investisse qualche soldo per diffondere queste esperienze, specialmente nelle località dove i bambini sono completamente abbandonati a loro stessi magari utilizzando i Rover dei gruppi che quando arrivano al termine della <strada> sono liberi da impegni?
martedì 26 dicembre 2017
NEL CONSIGLIO PROVINCIALE E' NECESSARIO UN ASSESSORATO ALLE LINGUE MINORITARIE
LETTERA
APERTA
ai
CANDIDATI alla PRESIDENZA e al CONSIGLIO della PROVINCIA DI BELLUNO:
Amalia
Serenella Bogana; Massimo Bortoluzzi; Sisto Da Roit; Alessandro Dalla
Gasperina; Francesca De Biasi; Franco De Bon ; Gianluca Lorenzi Ivan
Minella; Pier Luigi Svaluto Ferro; Calogero Matteo Trinceri;
all’Assessore
Regionale Gianpaolo Bottaccin
ai
Sindaci dell’area dalla legge 482 (lingue minoritarie) della
Provincia di Belluno
ai
Presidenti delle Unioni Montane.
a
tutti i mezzi di comunicazione.
OGGETTO: Nel nuovo Consiglio Provinciale riservare un assessorato specifico per le lingue minoritarie della
Provincia di Belluno: Ladini e Cimbri.
In
questi giorni l'Istituto
“Ladin de la Dolomites” che rappresenta i ladini bellunesi che si
riconoscono nella “Federazione dei Ladini del Veneto”, ha emesso
un comunicato con il quale rende noto che dal 2018, dopo 14 anni di
attività, per carenza di finanziamenti, non sarà più in grado di
stampare il suo periodico “Ladin”, che sarà reperibile solo sul
suo sito Web. Non solo: “I
finanziamenti statali e regionali a favore delle minoranze
linguistiche sono, purtroppo” scrive Ernesto Majoni direttore
dell’Istituto, “sempre più ridotti e rigidamente incanalati;
alcuni sportelli sono stati sospesi e risulta sempre più difficile
proseguire diverse attività, diradando di conseguenza rapporti
scientifici e di collaborazione con associazioni, enti, istituzioni.
Gli sportelli mantengono comunque il proprio impegno a favore della
lingua e della cultura del territorio ladino bellunese, affrontando
grandi ostacoli ma riuscendo anche a conseguire ugualmente
lusinghieri traguardi”. Questa non è altro che
l’ennesima dimostrazione del disinteresse che sia la Regione Veneto
che la Provincia di Belluno hanno sempre dimostrato nel rispetto
della legge 482 che prevede la salvaguardia della lingue minoritarie
(nel bellunese erano 3:Ladini, Gemanofoni e Cimbri, ora proprio per
il disinteresse dei politici e amministratori bellunesi, ridotte a 2,
avendo perso Sappada). La
Federazione fra le Unioni Ladine rappresenta le associazioni
culturali ladine presenti sul territorio dei 39 comuni perimetrati di
minoranza ladina in Provincia di Belluno. Da anni sostiene le
iniziative di promozione e valorizzazione culturale della lingua
ladina e si sta impegnando in progetti che hanno come finalità il
mantenimento della specificità del territorio. Tra queste iniziative
c’è anche l'Istituto
“Ladin de la Dolomites” che ha sede a Borca di Cadore. La
Federazione crede che l’area di minoranza linguistica abbia bisogno
di riconoscimenti e specificità più volte invocati da tutte le
forze politiche, ma queste istanze non hanno mai ricevute avere
adeguate risposte sia in ambito regionale, provinciale, comunale e
delle Unioni Montane. Per
queste ragioni, chiede nella fase di rinnovo del Consiglio
provinciale del prossimo 7 gennaio 2018, chiede di “riservare
un assessorato specifico per le lingue minoritarie della Provincia di
Belluno: Ladini e Cimbri” che dovrà impegnarsi
in prima persona per ottenere una revisione della legge regionale di
tutela delle minoranze linguistiche simile a quella presente nelle
regioni vicine.
Sinora le minoranze linguistiche bellunesi sono sempre state
trattate alla stregua di un'associazione dilettantistica,
dimenticando il fatto che sono state riconosciute a livello
nazionale con la legge 482 del 1999 e anche a livello europeo –
vedi protocollo firmato dal presidente Monti nell'ottobre del 2011.
Il fatto è solo politico ed è sintomatico della mancanza di cultura
degli amministratori pubblici bellunesi inviati in Provincia e in
Regione per difendere gli interessi e i diritti delle popolazioni di
lingua minoritaria che popolano il territorio provinciale che si
estende per la parte alta della Provincia di Belluno, l’area oggi
chiamata le “Terre Alte” all’Altipiano del Cansiglio. Gli
abitanti di questi comuni della provincia di Belluno non sono mai
stati considerati dai loro amministratori come una forza da
utilizzare per mantenere in vita i paesi dolomitici e fare forza su
di loro anche per il mantenimento dei servizi al territorio. Il più
delle volte sono stati sottovalutati e considerati dagli
amministratori solo come un elemento folcloristico da esibire nelle
manifestazioni e mai come una forza in grado di contrattare con la
pianura per ottenere quanto la montagna ha diritto. Ciò a differenza
di quanto è successo nella Regione Trentino Alto Adige, dove hanno
ottenuto uno status tanto forte, tanto da avere anche una rete Rai
apposita, alla quale -purtroppo- anche i ladini bellunesi sono
costretti a riferirsi, non trovando appoggio nella propria provincia
e tra i propri amministratori. I ladini di quelle province non sono
stati traditi dai loro amministratori eletti nel consiglio
Provinciale e ancora di più dai Consiglieri, Regionali. Un
tradimento degli amministratori bellunesi che oggi la provincia di
Belluno paga a caro prezzo, perché avendo dimostrato di essere senza
una propria identità, ne ha subito le conseguenze: anche in fase di
discussione e approvazione da parte del Consiglio Regionale della
proposta di legge sul dialetto veneto, da quanto è stato possibile
appurare, nessuna voce bellunese, si è levata in difesa delle
minoranze linguistiche bellunesi esistenti sul proprio territorio.
Oggi i comuni sono 34, perché i 4 Comuni di Livinallongo, Colle
Santa Lucia, Cortina e Rocca Pietore si sono staccati dalla
Federazione perché si considerano <storici> ed hanno
costituito un loro Istituto. Da anni la Federazione sostiene le
iniziative di promozione e valorizzazione culturale della lingua
ladina e si sta impegnando in progetti che hanno come finalità il
mantenimento della specificità del territorio. La Federazione crede
che questa area di minoranza linguistica abbia bisogno di
riconoscimenti e specificità più volte invocati da tutte le forze
politiche ma mai condotte con la sufficente incisività e decisione
tale da ottenere dei risultati. Perciò non sono mai state ottenute
le necessarie risposte da chi dalla Laguna pretende di governare la
montagna. Per tale motivo, nella fase della elaborazione del nuovo
statuto regionale, la Federazione si era impegnata in prima persona
chiedendo al Presidente della Consiglio regionale un riconoscimento
specifico nello statuto della Regione Veneto ed una revisione della
legge regionale di tutela delle minoranze linguistiche simile a
quella presente in regioni a noi vicine. A questo scopo, dopo un
assemblea unitaria tenutasi a Caviola, la Federazione fece approvare
a tutti i comuni ladini una delibera da inviare alla Regione Veneto
con la quale veniva chiesto alla Regione, che nella fase di
elaborazione del nuovo statuto regionale, venisse previsto un
consigliere riservato alle lingue minoritarie. La delibera fu
approvata da tutte le amministrazioni comunali e inviata all'apposita
commissione regionale, coinvolgendo nella proposta tutti i consigleri
regionali bellunesi. Pur avendo interessato personalmente i
Consiglieri regionali bellunesi, nulla è stato ottenuto e anzi
proprio quest'ultimi hanno tenuto nei cassetti le richieste e le
proposte dei loro elettori approvando uno statuto che escude
completamente quanto chiesto dai ladini. La Federazione crede che uno
sforzo da parte di tutti i rappresentanti istituzionali e culturali
dell'area sia indispensabile per fare in modo che il nostro
territorio riceva deleghe e specificità che permettano alla nostra
gente di restare nelle valli dove è nata e mantenga cultura, lingua
e tradizioni.
martedì 17 ottobre 2017
LA SCUOLA CADORINA TRADITA DAI SUOI AMMINISTRATORI
Una delle conseguenze più pesanti e sempre più gravi ogni anno che passa e che provoca quasi automaticamente l'abbandono delle frazioni più isolate e peggio collegate dai mezzi di trasporto in Cadore è la difficoltà per i suoi giovani in età scolastica, di poter accedere alle scuole in tempi brevi, senza essere obbligati a levatacce antelucane per compiere il tragitto scuola-casa. Questa è una delle cause che hanno portato al calo di oltre 30 sudenti nelle scuole cadorine, delle quali 20 del solo Polo scolastico Cadore. Sono stati solo 120 (20 in meno dell'anno precedente) gli studenti delle prime classi dell'Istituto di Istruzione Superiore Enrico Fermi di Pieve di Cadore, appartenenti ai diversi indirizzi dell'Istituto, che mercoledì 18 ottobre, si sono ritrovati al campo sportivo di Sottocastello e abilmente guidati e assistiti dagli alunni-giudici della 4 A del Liceo scientifico, si sono affrontati amichevolmente in un percorso con varie prove ginnico sportive, calci di rigore, tria umana, giochi logico matematici e cruci-sport, per realizzarre anche quest'anno la giornata dell'accoglienza che l'Istituto ha organizzato per l'undicesima volta. “Dopo un mese di scuola, afferma il professore Roberto Tabacchi, l' Istituto Fermi ha fatto un primo bilancio delle attività arricchendo le sue numerose proposte con la consueta e consolidata giornata dell'accoglienza, riservata alle classi prime dei vari indirizzi. La manifestazione, giunta all'undicesima edizione, è stata introdotta dal vice preside professor Arturo De Bon, che ha rivolto alle classi partecipanti e ai docenti un caloroso saluto e un augurio per il prosieguo dell'anno scolastico. Una magnifica giornata di sole ha accompagnato gli alunni per tutta la mattinata. Il clima festoso e il comportamento sempre educato e corretto, anche grazie al coordinamento dell'insegnante di educazione fisica, Cecilia Barnabò, ha contribuito alla riuscita della manifestazione. Le classi si sono distribuite le affermazioni nelle varie attività: il risultato finale ha visto prevalere gli alunni dell' ITI.
sabato 14 ottobre 2017
LA LINEA FERROVIARIA DEL CADORE
LA LINEA FERROVIARIA DEL CADORE DELLA QUALE NESSUNO PARLA
Il nostro blog sulla ferrovia pubblicato il 19 settembre 2017, ha fatto sobbalzare sulla sedia più di qualche amministratore pubblico, perché ha evidenziato un problema reale al quale nessuno aveva fatto caso: il costo della terza via è troppo alto e di conseguenza difficilmente la Regione Veneto lo finanzierà, anche perché la sua costruzione sarebbe la spesa minore. Il costo reale della infrastruttura non sarebbe la sua costruzione, ma il suo esercizio. Lo dimostrano i bilanci delle linee ferroviarie dell'Alto Adige, come ha sempre affermato il suo presidente Arno Compatcher: "Le valli dell'Alto Adige sono fiorenti e molto frequentate proprio perché sono percorse dalle linee ferroviarie, le spese delle quali per arrivare al pareggio sono però finanziate dalla Provincia di Bolzano". Lo ha riconosciuto anche il sindaco di Valle che non ha firmato il documento. Il presidente della Magnifica Comunità di Cadore Renzo Bortolot ha comunque ragione quando parla di linea ferroviaria di collegamento con lo scopo di trarre dall'isolamento il Comelico e Auronzo. E', allora, necessario ripensare alle motivazioni per le quali questi territori vogliano un collegamento ferroviario: non più linea turistica, ma linea passeggeri e merci normale. In pratica ritornare al progetto della linea ferroviaria dell'ingegnere Cella redatto nel 1925-26 per collegare Villa Santina con Cimagogna e la Pusteria. E', quindi, necessario scindere il desiderio di una ferrovia in Cadore in due parti: una linea veloce che attraverso la Valle del Boite prolunghi la ferrovia attuale fino a Cortina d'Ampezzo e una linea a scartamento normale che colleghi l'attuale terminal - stazione ferroviaria di Calalzo- con Cimagogna e con il Comelico. In questo caso potrebbe benissimo essere presa in considerazione quella che oggi è indicata come la "terza via". Una linea che vedrebbe la possibilità di realizzare anche il collegamento Carnia -Cadore, da sempre auspicata da Udine. Nel primo caso: una linea veloce attraverso la Valle del Boite, partendo da Perarolo e non da Calalzo, potrebbe portare i turisti a Cortina in 20-25 minuti, conservando anche la "panoramicità" auspicata dal Presidente Bortolot. Con quel tragitto, infatti, non sarebbero più necessarie tre gallerie: la Calalzo di 1630 metri, la galleria Pieve di 4800 metri e la Colmao di 6830 metri. Se realizzata sulla sponda sinistra del Boite non sarebbe nemmeno necessaria la Galleria Antelao di 4500 metri. Quindi la linea riprenderebbe il carattere di treno turistico veloce e panoramico. Sarebbe dunque da rifare il progetto tenendo presente che la linea dovrà essere leggera e diverrebbe molto meno costosa di quella preventivata sinora. La linea oggi indicata come la "terza via", avrebbe senz'altro una funzione socio-economica molto importante, anche perché oltre che a collegare alla linea ferroviaria il Comelico, quindi aprire allo sviluppo tutta la vallata. Inoltre sarebbe economicamente promettente il collegamento Auronzo -San Vito, visto come la porta di accesso a Cortina. Da non dimenticare in prospettiva la possibilità che questa linea offrirebbe per un collegamento con la Carnia, tramite un tunnel stradale da realizzare sotto il Passo della Mauria, traendo finalmente anche le sue vallate da un isolamento secolare. Un isolamento aumentato dalla chiusura della linea ferroviaria Villa Santina -Tolmezzo avvenuto nel 1968. Una linea che nel 1928-29 aveva visto la prospettiva di potersi collegare con il Cadore. Lavori che addirittura iniziarono, per essere poi bloccati dalla crisi economica del 1929. Probabilmente i sindaci cadorini che hanno pensato alla "terza via" ferroviaria non frequentano la Carnia: si sarebbero accorti che da molti decenni l'unico argomento che impedisce agli abitanti di Forni di Sotto e di Sopra di lasciare i loro paesi, sempre più poveri e deserti, è stata la possibilità di trovare posti di lavoro in Cadore, molti dei quali negli ultimi anni sono scomparsi. E' per questo che stupisce la posizione di chi vuole regalare al Friuli Venezia Giulia la conca di Sappada, certamente molto più ricca della Carnia.
martedì 19 settembre 2017
LA SOLUZIONE PER LA LINEA FERROVIARIA DELLA QUALE NESSUNO PARLA
CADORE
Avevamo ragione noi: anche l'assessore regionale ai trasporti De Berti è su questa linea!
"Quella ferrovia non s'ha da fare e probabilmente non si farà"almeno fino a quando i responsabili del pensiero cadorino corrente, non capiranno che è indispensabile una voce sola e che questa voce non proponga una soluzione irreale ed economicamente non valida: lo dimostra l'incontro tenuto in Magnifica Comunità di Cadore giovedì 18 agosto che ha fatto ritornare in mente quanto sosteneva l'Assesssore Regionale ai Trasporti Fabbris, quando sul tappeto era stato posto il prolungamento della linea ferroviaria Ponte nelle Alpi - Calalzo: "ho l'impressione che gli amministratori cadorini siano come i galli manzoniani di Renzo Tramaglino, che a forza di beccarsi sono riusciti a farsi tirare il collo" (se qualcuno vuole ascoltare la registrazione di allora, fatta per Radio Cortina, deve solo chiedere). Dall'esterno oggi i cittadini hanno l'impressione che le discussioni tra i sindaci siano approdate allo stesso risultato: dopo tanto discutere e dopo aver messo sul tappeto la terza soluzione, la Regione Veneto prenderà la stessa decisione: tirerà il collo ai galli, ovvero deciderà di non fare più nulla e lascerà il Cadore in attesa di una linea ferroviaria che non sarà mai costruita perché troppo costosa da costruire, troppo onerosa per la sua gestione perché inutile. Differente sarebbe stato, invece, se il problema fosse stato affrontato senza i paraocchi del campanilismo, un cancro che sta distruggendo il Cadore. Sono due i temi che nessuno in questi anni ha mai portato in discussione: il primo è il perdurare dell'isolamento del Friuli Venezia Giulia nei confronti del Cadore e della Val Pusteria; il secondo è la perdita di tempo imposta al treno e agli autobus nel percorrere due volte nello stesso viaggio il tragitto dalla stazione di Perarolo a Calalzo e viceversa. Un allungamento del viaggio di almeno mezzora tra la partenza del treno dalla stazione di Perarolo, il suo arrivo a Calalzo e poi - a parte l'attesa per la coincidenza con l'autobus della Dolomitibus-l'arrivo alla stazione delle autocorriere nel Piazzale Dolomiti di Tai, dove inizia la linea automobilistica della Valboite. Il sindaco di Cortina, durante l'incontro con l'Assessore De Berti ha affermato che a lui non interessava quale strada percorresse il treno, ma la sua esigenza era solo quella della durata del viaggio da Venezia a Cortina. Tanto, ha aggiunto, sono sicuro che entro 10 anni la ferrovia arriverà comunque a Cortina, se non da Venezia, da Bolzano, Questo perché quando sarà terminata la nuova linea del Brennero, i turisti in arrivo dal Nord Europa dovranno pur andare da qualche parte e Cortina sarà la meta privilegiata. Perché ogni sindaco vuole la ferrovia sotto casa? E intanto non affrontano problemi come quelli della scuola e da anni consentonio la fuga di oltre 140 studenti a Belluno?
Cosa fare, allora? Ne parleremo in un prossimo Blog.
Avevamo ragione noi: anche l'assessore regionale ai trasporti De Berti è su questa linea!
"Quella ferrovia non s'ha da fare e probabilmente non si farà"almeno fino a quando i responsabili del pensiero cadorino corrente, non capiranno che è indispensabile una voce sola e che questa voce non proponga una soluzione irreale ed economicamente non valida: lo dimostra l'incontro tenuto in Magnifica Comunità di Cadore giovedì 18 agosto che ha fatto ritornare in mente quanto sosteneva l'Assesssore Regionale ai Trasporti Fabbris, quando sul tappeto era stato posto il prolungamento della linea ferroviaria Ponte nelle Alpi - Calalzo: "ho l'impressione che gli amministratori cadorini siano come i galli manzoniani di Renzo Tramaglino, che a forza di beccarsi sono riusciti a farsi tirare il collo" (se qualcuno vuole ascoltare la registrazione di allora, fatta per Radio Cortina, deve solo chiedere). Dall'esterno oggi i cittadini hanno l'impressione che le discussioni tra i sindaci siano approdate allo stesso risultato: dopo tanto discutere e dopo aver messo sul tappeto la terza soluzione, la Regione Veneto prenderà la stessa decisione: tirerà il collo ai galli, ovvero deciderà di non fare più nulla e lascerà il Cadore in attesa di una linea ferroviaria che non sarà mai costruita perché troppo costosa da costruire, troppo onerosa per la sua gestione perché inutile. Differente sarebbe stato, invece, se il problema fosse stato affrontato senza i paraocchi del campanilismo, un cancro che sta distruggendo il Cadore. Sono due i temi che nessuno in questi anni ha mai portato in discussione: il primo è il perdurare dell'isolamento del Friuli Venezia Giulia nei confronti del Cadore e della Val Pusteria; il secondo è la perdita di tempo imposta al treno e agli autobus nel percorrere due volte nello stesso viaggio il tragitto dalla stazione di Perarolo a Calalzo e viceversa. Un allungamento del viaggio di almeno mezzora tra la partenza del treno dalla stazione di Perarolo, il suo arrivo a Calalzo e poi - a parte l'attesa per la coincidenza con l'autobus della Dolomitibus-l'arrivo alla stazione delle autocorriere nel Piazzale Dolomiti di Tai, dove inizia la linea automobilistica della Valboite. Il sindaco di Cortina, durante l'incontro con l'Assessore De Berti ha affermato che a lui non interessava quale strada percorresse il treno, ma la sua esigenza era solo quella della durata del viaggio da Venezia a Cortina. Tanto, ha aggiunto, sono sicuro che entro 10 anni la ferrovia arriverà comunque a Cortina, se non da Venezia, da Bolzano, Questo perché quando sarà terminata la nuova linea del Brennero, i turisti in arrivo dal Nord Europa dovranno pur andare da qualche parte e Cortina sarà la meta privilegiata. Perché ogni sindaco vuole la ferrovia sotto casa? E intanto non affrontano problemi come quelli della scuola e da anni consentonio la fuga di oltre 140 studenti a Belluno?
Cosa fare, allora? Ne parleremo in un prossimo Blog.
Iscriviti a:
Post (Atom)