PIEVE DI CADORE
La “nonna” di Pieve di Cadore ha 104 anni. Si chiama Maria Luigia Bet vedova Tonon la signora più anziana del Comune di Pieve di Cadore. Nei giorni scorsi ha compiuto 104 anni essendo nata l’8 agosto 1918.“Sono stati 104 anni veramente vissuti”, spiegano i discendenti, “nei quali la sua esistenza, sempre lucida e vivace, ha sempre avuto un peso importante e sa dare ancora molto a chi la conosce e la incontra”. Lucidissima e pronta alla battuta ha ricordato con piacere al sindaco di Pieve, che è andato a trovarla per farle gli auguri, gli anni di intensa attività con tanti sacrifici ma anche con una grande soddisfazione professionale e molta gioia derivante da una famiglia che è sempre stata unita. Da anni ormai soffre di una cecità invalidante che però ha ridimensionato solo in parte il suo stile di vita fatto di tanti interesse, di passeggiate, di esercizi mnemonici e di curiosità. Maria Luigia Bet è nata a Colle Umberto in Provincia di Treviso l'8 agosto 1918, 5^ di una famiglia di 9 figli, ma per un errore dell'ufficio anagrafe del Comune di Colle Umberto, distrutto da un incendio, durante la guerra, viene registrata con data di nascita diversa: 6 agosto 1918, che rimarrà trascritta in tutti i registri e i documenti. Maria Luigia, dunque, non solo è ultracentenaria, ma è anche una delle poche superstiti della Prima Guerra Mondiale. Si sposa con Bruno Tonon, di Castello Roganzuolo il 16 febbraio 1946, dove va ad abitare. La famiglia cresce presto. Nascono 4 figli: Maurilio, Clara, Cesarina e Gilberto. Nel 1954, l'11 novembre, Bruno Tonon , che nella Seconda Guerra Mondiale per un decennio era stato fisso nelle caserme di Tai, decide di trasferisrsi con tutta la famiglia dal Castello Roganzuolo, proprio a Tai di Cadore. Quì iniziano ad occuparsi di agricoltura, ma ben presto integrano questa attività con un'azienda turistica – commerciale-, con l'unico scopo di mantenere la famiglia e di dare un futuro ai loro figli. Ben presto con il loro impegno e il loro lavoro diventano degli imprenditori affermati: la Comunità li accoglie e li porta a integrarsi e a collaborare a varie iniziative per la collettività. Nel 1994, il marito Bruno muore e nonostante Maria sia rimasta sola, con la tenacia e il coraggio che ha sempre dimostrato, non solo affronta il dolore per la perdita del marito, ma continua il suo impegno di madre, mettendo al primo posto l'unione della famiglia. Fornisce così un esempio di amore per la vita. In questo suo impegno trova l'attiva collaborazione da parte dei figli, dei generi, delle nuore e dei nipoti: Giorgio, Claudia, Stefano, Paola e Nadia. Li segue da vicino, come sta ancora seguendo i pronipoti: Giorgia,Matilde, Alessia, Filippo, Asia, Laura e Andrea, negli studi, negli importanti risultati sportivi e nei vari interessi. “Sono stati 104 anni veramente vissuti”, spiegano i discendenti, “nei quali la sua esistenza, sempre lucida e vivace, ha sempre avuto un peso importante e sa dare ancora molto a chi la conosce e la incontra”. VITTORE DOROvenerdì 26 agosto 2022
sabato 13 agosto 2022
DOCUFILM "TIZIANO SENZA FINE"
PIEVE DI CADORE
“La serata di oggi non sembra un evento organizzato in un centro delle Dolomiti, seppure paese natale di Tiziano, ma potrebbe essersi verificato a Parigi, Roma o Londra” , ha commentato il regista Nino Criscenti al termine della proiezione del docufilm “Tiziano senza fine”, “tanta è la valenza culturale espressa sapientemente dagli organizzatori”. Continuando gli appuntamenti con l’Estate Tizianesca 2022, la rassegna che dal 2005 propone eventi vari, la proiezione del docufilm, ha segnato il momento più alto della stagione 2022: è stata sufficiente un’occhiata alla sala affollata, per rendersene conto. Nell’Auditorium Cos-Mo di Pieve di Cadore, infatti, è stato proiettato “Tiziano senza fine” con la presenza in sala del regista Nino Criscenti del autore delle musiche Matteo D’Amico e Stefania Mason, Enrico Maria dal Pozzolo e, al pianoforte, di Marco Scolastra che ha accompagnato il film con brani di Johann Sebastian Bach, Matteo D’Amico e con la sorpresa finale dell’incompiata partitura del musicista Baldassarre Galuppi. Il docufilm, prodotto dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e Land Comunicazioni, in 52 minuti riesce a condensare la grandezza di Tiziano attraverso le sue opere iconiche, ma anche grazie al racconto di Tiziano visto come uomo. Una narrazione con la regia di Luca e Nino Criscenti, padre e figlio, maestri del documentario d’arte in Italia, guidata da tre voci d’eccezione – Enrico Maria dal Pozzolo, Augusto Gentili e Stefania Mason – e dalle musiche di Matteo d’Amico, “tra i più ricercati compositori contemporanei”, ha spiegato la presidente della Fondazione Giovanna Coletti, “ che ha fatto del rapporto tra musica, poesia e arte una sua personalissima cifra stilistica”.Il risultato si sgrana tra sguardi, voci, suoni: un insieme per entrare nella vita, privata e pubblica, e nell’opera di Tiziano, dai suoi primi passi ai suoi ultimi segni sulla tela. Un racconto, sui luoghi dei suoi giorni – le montagne del suo Cadore, i colori della sua Venezia – e con le sue opere, viste là dove si conservano, nelle chiese, nei palazzi, nei musei di mezzo mondo. La sua vita, la sua pittura: i personaggi che ha ritratto e i ritratti di se stesso, le sfide, gli amori, le pene. Un percorso cronologico, con le voci dei tre studiosi registrate separatamente e inserite nel contesto dal regista, che si alternano agli sguardi sui dipinti, colti nell’intero e sezionati nei dettagli, alla ricerca della loro identità. Sguardi senza voci, accompagnati dai suoni. Non tutte le opere, non un catalogo, ma quasi tutti i capolavori, scelti per tratteggiare al meglio le fasi della storia di Tiziano. Buon viaggio, Tiziano, come messaggero della cultura e del Cadore, nel mondo.
VITTORE DORO
venerdì 12 agosto 2022
11 agosto film rifugio galassi
CALALZO DI CADORE
Questa sera, alle ore 21, nella sala consigliare del municipio di Calalzo di Cadore sarà proiettato in anteprima il docufilm “Galassi per sempre-50 anni di volontariato mestrino sulle Dolomiti”. Il documentario è stato realizzato dallo scrittore Marcello Mason e racconta le vicende di 50 anni di autogestione del Rifugio Galassi. Il film viene proiettato proprio nell'ambito del centenario della nascita della Sezione Cadore dell'ANA. La conferenza del colonello Gianluigi Rinaldi sulla storia degli Alpini tenuta nel Cos-Mo venerdì scorso, aveva posto in risalto la spedizione sfortunata degli Alpini in Africa. Una vicenda che aveva lasciato in sospeso l'importanza storica della spedizione. Il vuoto sarà colmato durante questa sera quando sarà spiegato il suo valore storico che ha portato all'intitolazione del Rifugio Galassi, proprio ad un Alpino caduto in Africa.
“Era il 19 ottobre del 1913” racconta lo scrittore “ che il ricovero militare, collocato sotto la Forcella Piccola dell’Antelao, venne inaugurato dedicandolo a Pietro Galassi, tenente del VII° Alpini scomparso nella primavera dello stesso anno per malattia ad Aziza, nel corso della guerra di Libia. Il giovane si era spento lì, in quel deserto infuocato e inospitale, così diverso dal suo Cadore, con l’ultimo pensiero rivolto alla famiglia e agli amati monti che più non avrebbe rivisto. Lo stabile sarebbe stato inoltre utilizzato come base per addestramento ed esercitazioni alpinistiche, in un luogo di rara suggestione, vista anche la presenza di imponenti ghiacciai. Ma a dispetto delle aspettative, esso ebbe vita abbastanza breve, se si considera che di lì a non molto già appariva in evidente stato di abbandono”. Considerato il nascente interesse per l’escursionismo, la Sezione del C.A.I. di Pieve di Cadore chiese al Demanio di poterlo trasformare in un rifugio alpino, affidandone la gestione a Marco Moretti, di Calalzo. Ciò in considerazione dei suoi meriti di soldato nonché dell’essersi distinto nell’attività di recuperante di salme degli alpini. La sua gestione inizio nel 1932. Per quasi trent’anni l’uomo ne ebbe cura. E con lui la moglie Celina e la prole. La famiglia venne coinvolta nella gestione molto faticosa, perché non esistevano ancora né luce elettrica né collegamenti telefonici, nessuna teleferica per il trasporto dei beni di prima necessità.
Preso atto dei costi divenuti impegnativi, la Sezione di Pieve dopo alcuni anni rinunciò alla gestione del Galassi, e nel 1937 fu restituito all’autorità militare. Nonostante ciò Moretti proseguì nella conduzione, anche se non con continuità. Nell’estate del 1950 il rifugio passò alla Sezione di Mestre che da tempo l'aveva desiderato, mantenendo comunque il vecchio custode. L’inaugurazione avvenne il 6 agosto dopo essere stato ammodernato, grazie ai contributi Comuni di San Vito, Borca e Pieve di Cadore. Alla scomparsa di Marco la famiglia Moretti si rimboccò le maniche e per un altr’anno riuscì a portare avanti l’attività. Seguirono varie gestioni, aggravate dal degrado dello stabile: il tetto che lasciava penetrare l’acqua in modo sempre più preoccupante, arredamento obsoleto e impianti inefficienti. Nella primavera del 1968 venti furibondi, la cui velocità stimati di cento chilometri orari, scoperchiarono il rifugio. La Sezione non potendo tra l’altro fare a meno di considerare quanto i tempi fossero cambiati con le nuove esigenze dei visitatori, in termini di vitto e alloggio. Furono giorni dolorosi, segnati dall’incertezza tra l’eventualità di rinunciare definitivamente al Galassi e quella di trovare una soluzione, senza saper immaginare quale.
Quand’ecco, nel 1970, vi fu una fiammata di orgoglio che ad altri poteva apparire follia. Delusi dalle ultime gestioni, si considerò la formula del tutto inedita dell’autogestione. Perciò soci che gratuitamente, si sarebbero alternati nella sua conduzione. Una formidabile scommessa, dall’esito in quel momento quanto mai incerto, ma che si sarebbe rivelata vincente.
Superato l’entusiasmo iniziale, erano però venuti a galla i nodi della gestione, a cominciare dai rifornimenti di viveri e materiali. I volontari provarono a risolvere il problema con le proprie forze, ma nel breve termine si era compreso quanto massacrante fosse lo sforzo richiesto. Fu così che si fece strada l'idea di un impianto a fune che consentisse il trasposto di viveri e materiali dalla Val d’Oten, fino al rifugio. A dispetto di alcune disavventure, nell’estate del 1975 la sospirata teleferica terminava con successo la sua prima corsa. Nel corso degli anni sopravvenero normative igienico-sanitarie che equiparavano rifugi come il Galassi e il Chiggiato a quelli di fondovalle senza alcuna considerazione del loro prezioso contributo sociale e culturale svolto in alta montagna. Un esempio: il Chiggiato, che per dotarsi dei servizi previsti, costò la vita per le fatiche sopportate al suo gestore Sandro Valcanover. Già all’inizio degli anni novanta il Galassi realizzò una centralina alimentata dall’acqua di fusione dei ghiacciai e utilizzando generatori di corrente di ultima generazione, più silenziosi e rispettosi dell’ambiente.
Frattanto era proseguita la strutturazione del rifugio, della cucina, delle camerate e dei bagni. Dedicando tra l’altro uno spazio speciale al “Centro di attività alpine”, a ricordo di due soci, Gianluigi Visentin e Roberto Malgarotto, tragicamente scomparsi nel settembre del 1992 in Nepal. Nacquero così le “Settimane dell’amicizia” che puntualmente hanno portato nel rifugio ragazzi spesso al primo incontro con l’alta montagna. Il resto è attualità. “Mezzo secolo che comunque si consideri” conclude Marcello Mason, “è una storia che non può certo lasciare indifferenti: iniziata con l’ammirevole interessamento della Sezione di Pieve di Cadore, proseguendo poi con la grande avventura mestrina, ora giunta ai suoi cinquant’anni di autogestione. Tanto impegno, fedeltà e amore, meritano realmente una visita a quel rifugio di montagna, posto poco sotto la Forcella Piccola. Lì, nel cuore del Cadore” VITTORE DORO.
giovedì 11 agosto 2022
PIEVE DI CADORE 11 AGOSTO
Perché il 25 settembre non viene consentito il voto digitale agli studenti universitari fuori sede dato che ogni studente è obbligato ad avere lo Spid che lo identifica? Sarebbe la soluzione ottimale e senza pericolo di brogli di un problema che può pesare il 2% di astenuti alle prossime elezioni politiche.
Gli studenti universitari cadorini sono piuttosto arrabbiati perché la maggioranza di loro non potrà partecipare alle elezioni politiche del 25 settembre prossimo. “Il motivo è molto semplice” spiegano Alice, Margherita e altri,” perché la maggioranza di noi che studia fuori sede, domenica 25 non potrà essere presente nei loro paesi d'origine perché il giorno successivo 26 settembre, inizieranno le lezioni nei nostri atenei. Per questo tutti coloro che studiano fuori sede, come Padova, Ferrara, Udine, Verona e Venezia, nei giorni vicini alla domenica elettorale, saranno impegnati nel reperire l'alloggio e prepararsi per iniziare il nuovo anno di studi. Inoltre, c'è anche il problema della spesa: oggi non sono più previsti rimborsi nemmeno delle spese di viaggio, com'era per gli emigranti anni fa. Uno studente, specialmente proveniente dalle Dolomiti, possiede denaro sufficiente solo per studiare. Non può quindi permettersi la spesa di un viaggio andata e ritorno solo per votare. Per questo, la maggioranza di noi non rientrerà a casa perché l'impegno dell'inizio del nuovo anno accademico non consente la perdita di una giornata solamente per votare e lo stress conseguente a un viaggio mediamente di otto-dieci ore”. Non è una banalità: perché questi giovani si sentono defraudati di un diritto che hanno tutti i cittadini italiani, compresi quelli che hanno la residenza all'estero. Questi ultimi, tra l'altro possono votare per corrispondenza, mentre quelli temporaneamente fuori sede non possono farlo. Infine, si parla molto dell'aumento dell'astensione al voto. L'assenza dai seggi degli studenti fuori sede, in Provincia di Belluno potrebbe pesare per almeno il 2 % degli aventi diritti al voto. “Forse”, aggiunge Alice, “ potremo pensare che lo ostacolino apposta, considerando che il voto dei giovani potrebbe essere innovativo e cambiare i rapporti tra i partiti”. “Ci sono, poi”, aggiunge Carlotta, studentessa all'ateneo patavino, chi come mè che in quei giorni è in gita all'estero già programmate dalle università. Io sarò a Parigi e non potrò senz'altro rientrare a casa. Il voto per gli studenti universitari” aggiunge, “è un problema che è sul tappeto da anni e che oggi sarebbe risolvibile con il voto digitale. Sarebbe una soluzione ottimale e senza pericolo di brogli perché ogni studente è obbligato ad avere lo Spid che lo identifica. Quindi sarebbe un metodo attuale e senza pericoli”.VITTORE DORO
lunedì 18 luglio 2022
15 LUGLIO COME VORREI LA SANITA' IN MONTAGNA
PIEVE DI CADORE
Pur non essendo un tecnico, medico o amministratore, seguo dal 1978 i problemi della Sanità in Cadore e Cortina. Prima come donatore di sangue, poi come giornalista. Insieme all'ingegner Renzo Andrich, al sindaco di Pieve Luigi Canaider e all'allora presidente della ULSS1 Cadore, Alfredo Comis, abbiamo dato il via alla realizzazione della RSA Marmarole. Per questo
dopo il Convegno Sanità del 24 giugno al COSMO di Pieve di Cadore, ritengo sia opportuno portare un contributo “realistico” sulla Sanità in Provincia di Belluno, passando dalle prospettive ideali del dottor Luciano Flor, alla situazione della Sanità Veneta sul terreno. Non solo concernente la situazione attuale, ma, come ho sempre fatto in passato, in funzione del futuro. Ho appreso con interesse le linee futuristiche del responsabile regionale della Sanità e del Sociale, Luciano Flor, che ha illustrato il programma che dovrebbe coinvolgere negli anni a venire l'intero mondo della Sanità, con, non solo le strutture collegate in rete, ma con le diramazioni della rete sul territorio, nei Distretti Sanitari e nelle abitazioni completamente digitalizzati e raggiungibili 24 ore su 24.
Oggi non è così: cosa dovrebbe essere fatto perché lo diventi
Il reale problema della Sanità in montagna – non solo in Cadore e Ampezzo- non riguarda le strutture che sono moderne e anche attrezzate in quasi tutti gli ospedali bellunesi. E' evidente che le apparecchiature più moderne e costantemente aggiornate potranno essere presenti solamente nei maggiori centri ospedalieri, dove il loro costo di acquisto e gestione potrà essere compensato solo da un elevato numero di fruitori provenienti da un territorio tanto vasto e popolato da giustificare la gestione dei macchinari e del personale altamente specializzato.
Le strutture attuali, oggi, come gli ospedali di Pieve di Cadore, di Agordo e Auronzo che dovrebbero risolvere le urgenze, spesso sono delle scatole vuote e spesso inutilizzate. La Regione in questi anni ha investito milioni di €uro per nuove strutture- vedi ad esempio, Ginecologia e reparto nascite a Pieve: bellissime, ma che poco dopo la loro inaugurazione sono state chiuse e i servizi spostati a Belluno. Certo sono mancati i parti, ma per scelta dirigenziale, perché alcuni di questi sono stati dirottati dalla stessa organizzazione ospedaliera a Belluno, convincendo le gestanti a frequentare i corsi pre-parto al San Martino, quando a Pieve esistevano ostetriche e medici in grado di dare il servizio. Come conseguenza anche il parto avviene così a Belluno, Feltre e fino a ieri a San Candido. A parte questi particolari che oltre a lasciare senza servizi indispensabili la montagna, hanno comportato degli sprechi ingenti per la Sanità Regionale vanificando gli investimenti fatti solo per rispondere alle proteste degli abitanti, ben sapendo che non sarebbero stati gestibili negli anni successivi per di decisioni prese dalla stessa Regione. E' evidente che si tratta di una programmazione errata a livello centrale che sarà necessario dimenticare e partire con una nuova programmazione, particolarmente importante per i piccoli centri di montagna, al centro della quale ci sia l'accessibilità ai servizi da parte di tutti gli ammalati e medici di base raggiungibili in qualsiasi momento. Oggi gli ambulatori degli ospedali di Pieve e Agordo, spesso sono vuoti perché molti servizi sono stati delocalizzati. Oggi anche per la medicazione di un arto infortunato è necessario andare a Belluno, mentre per alcune iniezioni gli utenti del Cadore e Cortina sono obbligati ad andare ad Agordo, percorrendo oltre 170 chilometri tra andata e ritorno su strade disagiate e non sicure con tempi di percorrenza molto dilatati anche dai cantieri aperti. Perché, allora non sarebbe possibile affidare a medici di base gli ambulatori vuoti o poco utilizzati per assistere i loro pazienti?
E qui viene il problema: innanzitutto è necessario stabilire se sono gli ammalati ad aver bisogno di una Sanità moderna ed efficiente, oppure se sono le strutture che per motivi di prestigio propongono strutture di alto livello, ma centralizzate e non vicine alla realtà periferiche nella quale operano. Nel primo caso, la Sanità in montagna potrà diventare anche la
migliore del mondo, ma il suo livello nel giudizio dei cittadini rimarrà sempre molto basso e se vorrà essere credibile dovrà essere ripensata ed essere organizzata in modo di rispondere alle esigenze degli ammalati. Quindi alla base di una sanità efficiente e in grado di soddisfare le esigenze degli ammalati che chiedono visite ed esami, è indispensabile ci sia una viabilità veloce e non costosa. Non è più accettabile che persone che necessitano di visite o esami clinici, abbiano da sopportare i costi attuali necessari per raggiungere gli ambulatori e le strutture per ottenerli.
Lo ha riconosciuto anche Luciano Gallo coordinatore del Green Deal Cadore 2030 nella sua relazione nella quale afferma che è indispensabile un ospedale pubblico di montagna con delle specializzazioni caratteristiche per le zone di montagna.
Inoltre dovrebbero ritornare negli ospedali periferici tutti quei servizi che oggi sono stati spostati a Belluno e invece potrebbero essere fatti in periferia. Infine c'è il problema dell'accesso ai servizi che hanno costi insopportabili per gli utenti: è sufficiente una considerazione: come può fare una famiglia di pensionati, ad accedere ai servizi distanti decine o centinaia di chilometri dalla propria residenza e chi e con quale mezzo potrà andarci? Sarà indispensabile che i Comuni o la stessa Ulss di riferimento rimborsino le spese di viaggio agli ammalati e ai pazienti che si recano lontano pur avendo gli ambulatori inutilizzati vicini a casa per decisioni prese dalla Sanità regionale. Quì si apre il capitolo volontariato che la pandemia ha fatto emergere in tutta la sua gravità: l'accompagnamento degli ammalati all'ospedale e il ritorno a casa propria. Le associazioni e i circoli che sino a ieri hanno assolto con onore e sacrifici questa incombenza, non sono più in grado di farlo e quindi quei servizi vanno fatti da personale retribuito e senza spese per i trasportati. Infine, esiste anche il problema dell'assistenza domiciliare degli ammalati lungodegenti. Alla famiglia d'origine che vuole assistere un famigliare infermo, deve essere data l'opportunità di poter accedere ad una struttura vicina a casa per poter continuare a lavorare e nello stesso tempo garantire al famigliare un'assistenza adeguata alla sua posizione sociale.
Su questa posizione si è più volte espresso anche l'arcidiacono del Cadore monsignor Diego Soravia, che anche sul numero estivo del
bollettino Sentieri, afferma , rivolto a ai suoi concittadini, che “ Dobbiamo farci sentire. Le idee le abbiamo, facciamole valere con dignità. Abitare tra queste crode è un valore: dobbiamo crederci noi per primi. Dobbiamo gettarci dentro questa realtà cercando con forza e coraggio di far emergere la potenzialità del nostro territorio, proteggendolo e facendolo rivivere per stare bene tutti insieme dove ci piace stare. Difendendo la sanità pubblica, difendiamo noi stessi, il nostro territorio con le sempre più scarse strutture. Certo è che in montagna la vita costa, non è gradita dagli specialisti se non per brevi e tonificanti vacanze. Ma noi ci abitiamo tutto l'anno e non è giusto che scendiamo a Belluno per una visita medica o per un controllo. I malati, i parenti e i curanti hanno bisogno di maggior attenzione da parte dello Stato. La pandemia dei mesi scorsi ha accentuato i disagi della gente di montagna: ad esempio l'impatto che ha avuto il Covid sulla salute mentale è preoccupante. La violenza tra gli adolescenti è un segnale pericoloso e intanto si chiudono gli impianti e i centri d'ascolto. Noi che abitiamo “lassù”, come ci ha definiti un amministratore veneto, chiediamo una maggiore tutela del diritto alla salute per tutti e ai servizi dovuti a chi vive le difficoltà delle terre alte. Perché, ad esempio, non si riesce a ripristinate il servizio di urgenza ed emergenza medica nei nostri ospedali? La salute va al di là della logica dei partiti, è un bene di tutti e chiede l'attenzione di chi orienta le scelte del territorio”.
VITTORE DORO
venerdì 1 luglio 2022
LA FAMIGLIA DI TIZIANO VECELLIO E' TORNATA A PIEVE DI CADORE
La Famiglia di Tiziano è tornata nella sua casa di Pieve di Cadore. E giovedì, si è presentata alla comunità. Ieri, infatti, è stata aperta la porta della casa natale di Tiziano, in via Arsenale a Pieve di Cadore per presentare la Mostra Dossier “La Madonna dei Vecellio Torna a casa”, che sarà a disposizione del pubblico dal sabato 2 luglio al 18 settembre 2022. La porta è stata aperta, anzi spalancata, dal presidente della Magnifica Comunità, Renzo Bortolot, accompagnato dai fautori di questo ritorno, Letizia Lonzi e Antonio Genova. E' stata proprio Letizia Lonzi che ha illustrato il perché sia stato scelto il nome del dossier che ha portato in Cadore “La Madonna dei Vecellio Torna a casa”. “E' stato scelto quel titolo” ha spiegato, “perché a una maestra che aveva accompagnato la sua scolaresca a visitare la casa natale del pittore, il giorno dopo un bambino aveva detto: “Siamo andati a Casa di Tiziano ma lui non c’era”. Da quella frase è nata l'ispirazione per la mostra e che durante la visita fatta agli Uffici di Firenze per scegliere un dipinto da esporre a Pieve in occasione del centenario della erezione della casa natale dell'artista a monumento nazionale , mi ha spinto a privilegiare “La Madonna della Misericordia”, realizzato da Tiziano e dalla sua bottega. Nel quadro, infatti, insieme alla Madonna, Tiziano aveva raffigurato anche la sua famiglia. Perciò l'arrivo del dipinto a Pieve è stato come fosse ritornato l'artista con tutta la famiglia.” I Vecellio tornano dunque nella propria casa, che da dimora tipica di una famiglia locale distinta, giusto cento anni fa è diventata monumento nazionale, il primo nella provincia di Belluno a fregiarsi di questo titolo. L’immobile dal 1926 è di proprietà della Magnifica Comunità di Cadore e dal 2017 ospita mostre - dossier capaci di creare una stretta relazione tra storia, arte e riflessione territoriale. “L'opera di Tiziano” ha spiegato il presidente Bortolot, “è stata ottenuta in prestito dalla Galleria degli Uffizi di Firenze ed è al centro dell’esposizione nella quattrocentesca casa museo, insieme ad altre opere e testimonianze che hanno il sapore di un’istantanea domestica, sfruttando l’ipotesi che in alcuni dipinti vecelliani siano raffigurati i membri della famiglia, sotto mentite spoglie o individuabili per tradizione iconografica. “La Madonna della Misericordia”, è l'ultima opera commissionata da Guidubaldo Della Rovere a Tiziano nel 1573 e una delle ultime realizzate dal Maestro cadorino. Se ne hanno notizie in una lettera scritta dal duca al suo segretario a Venezia, Giovanni Francesco Agatone il 5 maggio 1573.
Il quadro, con le altre opere e testimonianze esposte, tratteggiano una sorta di “diapositiva di famiglia” dei Vecellio, riportando nella loro casa alcuni tra i più celebri componenti (Gregorio, padre di Tiziano, Francesco, fratello di Tiziano, Orazio e Lavinia, figli di Tiziano, Marco, nipote di Tiziano ecc.), riconoscibili ai piedi della Madonna. Con la presenza del dipinto originale e del contesto espositivo, la casa di Tiziano oggi rivive l’atmosfera della fine del XVI secolo e pare quasi di sentire riecheggiare voci antiche di un affettuoso, saldo vincolo famigliare. VITTORE DORO
martedì 15 giugno 2021
LA FERROVIA VENEZIA CORTINA VIA CADORE
Il confronto pubblico sul collegamento ferroviario Venezia – Cortina -via Cadore, organizzato dalla Magnifica Comunità e svoltosi al Cos-Mo sabato 5 giugno 2021, ha finalmente fatto chiarezza sulle intenzioni dei sindaci cadorini sulla linea ferroviaria che dovrebbe collegare Venezia a Cortina attraverso il Cadore. Unico dilemma che alla Regione Veneto resta da sciogliere con il progetto definitivo, sarà la finalità che dovrebbe avere la linea: Linea Turistica veloce o Linea Commerciale? Non è un dilemma di poco conto: veloce, se dovesse essere turistico e adibito anche al trasporto dei pendolari; non condizionata dalla velocità se adibita al trasporto misto viaggiatori e merci. Poiché, da quanto emerso dalle dichiarazioni di Renzo Bortolot, presidente della Magnifica Comunità e organizzatore del confronto, il progetto di Ferrovia delle Dolomiti illustrato in quella occasione è quello sottoscritto dalla maggioranza dei comuni cadorini, ad eccezione di uno che non lo ha votato: il documento è stato infatti firmato da 21 sindaci su 22, quindi un documento unitario che merita di essere preso nella dovuta considerazione dalla Regione e dallo Stato”. Ciò vorrebbe dire che la Regione Veneto per non andare contro la volontà dei sindaci cadorini e non fare una scelta antieconomica, non prenderà nessuna decisione, mettendo in naftalina la linea ferroviaria delle Dolomiti. Per la Regione non decidere sarà però difficile perché i Giochi Olimpici di Cortina incombono e il treno è indispensabile per risolvere alcuni problemi per il movimento degli spettatori dagli aeroporti di Venezia e Treviso verso Cortina d'Ampezzo. Stando così le cose, l'unica soluzione potrebbe essere la divisione del problema: una tratta ferroviaria veloce che colleghi Venezia con Cortina realizzabile in tempi brevi, quindi in tempo per l'inaugurazione dei Giochi Olimpici, del 2026, lasciando la costruzione nel tempo- forse 10-12 anni- la Ferrovia delle Dolomiti, salvando così capra e cavoli. Probabilmente è per questo che l'assessore Elisa De Berti ha organizzato a Belluno per giovedì 17 giugno un incontro con i sindaci cadorini interessati alla linea ferroviaria delle Dolomiti. In realtà, ciò che conta per la Regione Veneto e per la stessa Cortina Olimpica è solo un collegamento veloce che porti la massa degli sportivi che intenderanno assistere ai Giochi, nel più breve tempo possibile, dagli aeroporti di Catullo di Verona, Canova di Treviso, Bergamo, e Marco Polo di Venezia ai campi di gara e agli alberghi dove saranno alloggiati, quindi in Valle del Boite. La costruzione di una linea ferroviaria veloce Venezia – Cortina è auspicata anche dalla città di Dobbiaco che vedrebbe come il fumo negli occhi la costruzione dell' ipotizzato collegamento Brunico -Cortina, perché teme che la piana di San Candido – Dobbiaco venga tagliata fuori e di conseguenza perdere numeri importanti di spettatori e atleti. Una preoccupazione espressa più volte nel corso di interviste rilasciate negli anni 2017.2018 , 2019 e 2020 dal già sindaco di Dobbiaco, Boccher, all'Agenzia di stampa Ladina per i quotidiani bellunesi, anche di recente. E' comunque da tenere presente che la battaglia dei sindaci cadorini perché il treno passi sotto casa, ha fatto perdere quasi del tutto il fascino e l'interesse per il treno che fino a una decina di anni fa legavano la quasi totalità dei cadorini e dei turisti che visitavano le Dolomiti: oggi l'automobile e il pullman sono preferiti al treno sia per i tempi di percorrenza, che per la lentezza dei convogli sulla tratta ferroviaria Venezia -Ponte nelle Alpi- Calalzo, dove attualmente il tempo di percorrenza è di 2 ore e 35 minuti. Un tempo che nella migliore delle ipotesi, dopo i lavori programmati per l'estate 2021, come ha spiegato l'ingegner Piccolin, si ridurrebbe a 2 ore: sempre troppo lento per le necessità del territorio e specialmente per gli studenti e i pendolari che per arrivare a Belluno alle 8 del mattino sono costretti a partire alle 5,50 per percorrere 50 -60 chilometri. Ecco, che allora, si rende necessaria una scelta differente: per la tratta Ponte nelle Alpi- Cortina Olimpica: una deviazione con un tratta completamente nuova che partendo dalla stazione di Perarolo percorra la Valle del Boite e raggiunga direttamente la Stazione di Cortina D'Ampezzo, eliminando i tempi necessari attualmente per arrivare a Calalzo e poi per ritornare in Valle del Boite: (Piazzale Olimpico di Tai ) un becco d'anatra per percorrere il quale sono necessari almeno 30- 40 minuti. Una soluzione, che grazie al Blog dell'Agenzia di Stampa Ladina Auros, già a conoscenza delle autorità che dovranno decidere sui trasporti ferroviari nelle Dolomiti da tempo. VITTORE DORO


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