martedì 17 ottobre 2017
sabato 14 ottobre 2017
LA LINEA FERROVIARIA DEL CADORE
LA LINEA FERROVIARIA DEL CADORE DELLA QUALE NESSUNO PARLA
Il nostro blog sulla ferrovia pubblicato il 19 settembre 2017, ha fatto sobbalzare sulla sedia più di qualche amministratore pubblico, perché ha evidenziato un problema reale al quale nessuno aveva fatto caso: il costo della terza via è troppo alto e di conseguenza difficilmente la Regione Veneto lo finanzierà, anche perché la sua costruzione sarebbe la spesa minore. Il costo reale della infrastruttura non sarebbe la sua costruzione, ma il suo esercizio. Lo dimostrano i bilanci delle linee ferroviarie dell'Alto Adige, come ha sempre affermato il suo presidente Arno Compatcher: "Le valli dell'Alto Adige sono fiorenti e molto frequentate proprio perché sono percorse dalle linee ferroviarie, le spese delle quali per arrivare al pareggio sono però finanziate dalla Provincia di Bolzano". Lo ha riconosciuto anche il sindaco di Valle che non ha firmato il documento. Il presidente della Magnifica Comunità di Cadore Renzo Bortolot ha comunque ragione quando parla di linea ferroviaria di collegamento con lo scopo di trarre dall'isolamento il Comelico e Auronzo. E', allora, necessario ripensare alle motivazioni per le quali questi territori vogliano un collegamento ferroviario: non più linea turistica, ma linea passeggeri e merci normale. In pratica ritornare al progetto della linea ferroviaria dell'ingegnere Cella redatto nel 1925-26 per collegare Villa Santina con Cimagogna e la Pusteria. E', quindi, necessario scindere il desiderio di una ferrovia in Cadore in due parti: una linea veloce che attraverso la Valle del Boite prolunghi la ferrovia attuale fino a Cortina d'Ampezzo e una linea a scartamento normale che colleghi l'attuale terminal - stazione ferroviaria di Calalzo- con Cimagogna e con il Comelico. In questo caso potrebbe benissimo essere presa in considerazione quella che oggi è indicata come la "terza via". Una linea che vedrebbe la possibilità di realizzare anche il collegamento Carnia -Cadore, da sempre auspicata da Udine. Nel primo caso: una linea veloce attraverso la Valle del Boite, partendo da Perarolo e non da Calalzo, potrebbe portare i turisti a Cortina in 20-25 minuti, conservando anche la "panoramicità" auspicata dal Presidente Bortolot. Con quel tragitto, infatti, non sarebbero più necessarie tre gallerie: la Calalzo di 1630 metri, la galleria Pieve di 4800 metri e la Colmao di 6830 metri. Se realizzata sulla sponda sinistra del Boite non sarebbe nemmeno necessaria la Galleria Antelao di 4500 metri. Quindi la linea riprenderebbe il carattere di treno turistico veloce e panoramico. Sarebbe dunque da rifare il progetto tenendo presente che la linea dovrà essere leggera e diverrebbe molto meno costosa di quella preventivata sinora. La linea oggi indicata come la "terza via", avrebbe senz'altro una funzione socio-economica molto importante, anche perché oltre che a collegare alla linea ferroviaria il Comelico, quindi aprire allo sviluppo tutta la vallata. Inoltre sarebbe economicamente promettente il collegamento Auronzo -San Vito, visto come la porta di accesso a Cortina. Da non dimenticare in prospettiva la possibilità che questa linea offrirebbe per un collegamento con la Carnia, tramite un tunnel stradale da realizzare sotto il Passo della Mauria, traendo finalmente anche le sue vallate da un isolamento secolare. Un isolamento aumentato dalla chiusura della linea ferroviaria Villa Santina -Tolmezzo avvenuto nel 1968. Una linea che nel 1928-29 aveva visto la prospettiva di potersi collegare con il Cadore. Lavori che addirittura iniziarono, per essere poi bloccati dalla crisi economica del 1929. Probabilmente i sindaci cadorini che hanno pensato alla "terza via" ferroviaria non frequentano la Carnia: si sarebbero accorti che da molti decenni l'unico argomento che impedisce agli abitanti di Forni di Sotto e di Sopra di lasciare i loro paesi, sempre più poveri e deserti, è stata la possibilità di trovare posti di lavoro in Cadore, molti dei quali negli ultimi anni sono scomparsi. E' per questo che stupisce la posizione di chi vuole regalare al Friuli Venezia Giulia la conca di Sappada, certamente molto più ricca della Carnia.
martedì 19 settembre 2017
LA SOLUZIONE PER LA LINEA FERROVIARIA DELLA QUALE NESSUNO PARLA
CADORE
Avevamo ragione noi: anche l'assessore regionale ai trasporti De Berti è su questa linea!
"Quella ferrovia non s'ha da fare e probabilmente non si farà"almeno fino a quando i responsabili del pensiero cadorino corrente, non capiranno che è indispensabile una voce sola e che questa voce non proponga una soluzione irreale ed economicamente non valida: lo dimostra l'incontro tenuto in Magnifica Comunità di Cadore giovedì 18 agosto che ha fatto ritornare in mente quanto sosteneva l'Assesssore Regionale ai Trasporti Fabbris, quando sul tappeto era stato posto il prolungamento della linea ferroviaria Ponte nelle Alpi - Calalzo: "ho l'impressione che gli amministratori cadorini siano come i galli manzoniani di Renzo Tramaglino, che a forza di beccarsi sono riusciti a farsi tirare il collo" (se qualcuno vuole ascoltare la registrazione di allora, fatta per Radio Cortina, deve solo chiedere). Dall'esterno oggi i cittadini hanno l'impressione che le discussioni tra i sindaci siano approdate allo stesso risultato: dopo tanto discutere e dopo aver messo sul tappeto la terza soluzione, la Regione Veneto prenderà la stessa decisione: tirerà il collo ai galli, ovvero deciderà di non fare più nulla e lascerà il Cadore in attesa di una linea ferroviaria che non sarà mai costruita perché troppo costosa da costruire, troppo onerosa per la sua gestione perché inutile. Differente sarebbe stato, invece, se il problema fosse stato affrontato senza i paraocchi del campanilismo, un cancro che sta distruggendo il Cadore. Sono due i temi che nessuno in questi anni ha mai portato in discussione: il primo è il perdurare dell'isolamento del Friuli Venezia Giulia nei confronti del Cadore e della Val Pusteria; il secondo è la perdita di tempo imposta al treno e agli autobus nel percorrere due volte nello stesso viaggio il tragitto dalla stazione di Perarolo a Calalzo e viceversa. Un allungamento del viaggio di almeno mezzora tra la partenza del treno dalla stazione di Perarolo, il suo arrivo a Calalzo e poi - a parte l'attesa per la coincidenza con l'autobus della Dolomitibus-l'arrivo alla stazione delle autocorriere nel Piazzale Dolomiti di Tai, dove inizia la linea automobilistica della Valboite. Il sindaco di Cortina, durante l'incontro con l'Assessore De Berti ha affermato che a lui non interessava quale strada percorresse il treno, ma la sua esigenza era solo quella della durata del viaggio da Venezia a Cortina. Tanto, ha aggiunto, sono sicuro che entro 10 anni la ferrovia arriverà comunque a Cortina, se non da Venezia, da Bolzano, Questo perché quando sarà terminata la nuova linea del Brennero, i turisti in arrivo dal Nord Europa dovranno pur andare da qualche parte e Cortina sarà la meta privilegiata. Perché ogni sindaco vuole la ferrovia sotto casa? E intanto non affrontano problemi come quelli della scuola e da anni consentonio la fuga di oltre 140 studenti a Belluno?
Cosa fare, allora? Ne parleremo in un prossimo Blog.
Avevamo ragione noi: anche l'assessore regionale ai trasporti De Berti è su questa linea!
"Quella ferrovia non s'ha da fare e probabilmente non si farà"almeno fino a quando i responsabili del pensiero cadorino corrente, non capiranno che è indispensabile una voce sola e che questa voce non proponga una soluzione irreale ed economicamente non valida: lo dimostra l'incontro tenuto in Magnifica Comunità di Cadore giovedì 18 agosto che ha fatto ritornare in mente quanto sosteneva l'Assesssore Regionale ai Trasporti Fabbris, quando sul tappeto era stato posto il prolungamento della linea ferroviaria Ponte nelle Alpi - Calalzo: "ho l'impressione che gli amministratori cadorini siano come i galli manzoniani di Renzo Tramaglino, che a forza di beccarsi sono riusciti a farsi tirare il collo" (se qualcuno vuole ascoltare la registrazione di allora, fatta per Radio Cortina, deve solo chiedere). Dall'esterno oggi i cittadini hanno l'impressione che le discussioni tra i sindaci siano approdate allo stesso risultato: dopo tanto discutere e dopo aver messo sul tappeto la terza soluzione, la Regione Veneto prenderà la stessa decisione: tirerà il collo ai galli, ovvero deciderà di non fare più nulla e lascerà il Cadore in attesa di una linea ferroviaria che non sarà mai costruita perché troppo costosa da costruire, troppo onerosa per la sua gestione perché inutile. Differente sarebbe stato, invece, se il problema fosse stato affrontato senza i paraocchi del campanilismo, un cancro che sta distruggendo il Cadore. Sono due i temi che nessuno in questi anni ha mai portato in discussione: il primo è il perdurare dell'isolamento del Friuli Venezia Giulia nei confronti del Cadore e della Val Pusteria; il secondo è la perdita di tempo imposta al treno e agli autobus nel percorrere due volte nello stesso viaggio il tragitto dalla stazione di Perarolo a Calalzo e viceversa. Un allungamento del viaggio di almeno mezzora tra la partenza del treno dalla stazione di Perarolo, il suo arrivo a Calalzo e poi - a parte l'attesa per la coincidenza con l'autobus della Dolomitibus-l'arrivo alla stazione delle autocorriere nel Piazzale Dolomiti di Tai, dove inizia la linea automobilistica della Valboite. Il sindaco di Cortina, durante l'incontro con l'Assessore De Berti ha affermato che a lui non interessava quale strada percorresse il treno, ma la sua esigenza era solo quella della durata del viaggio da Venezia a Cortina. Tanto, ha aggiunto, sono sicuro che entro 10 anni la ferrovia arriverà comunque a Cortina, se non da Venezia, da Bolzano, Questo perché quando sarà terminata la nuova linea del Brennero, i turisti in arrivo dal Nord Europa dovranno pur andare da qualche parte e Cortina sarà la meta privilegiata. Perché ogni sindaco vuole la ferrovia sotto casa? E intanto non affrontano problemi come quelli della scuola e da anni consentonio la fuga di oltre 140 studenti a Belluno?
Cosa fare, allora? Ne parleremo in un prossimo Blog.
martedì 5 settembre 2017
PERCHE' MARIO MANFREDA HA RINUNCIATO ALLA CANDIDATURA ALLA PRESIDENZA DELLA PROVINCIA DI BELLUNO
Amici
amministratori,
consentitemi di iniziare questa mia lettera aperta con una nota di sano
ottimismo dettato dalla convinzione che, nonostante tutti i limiti politici e
congiunturali, la nostra Provincia può aspirare a diventare la protagonista di
un progetto ambizioso. Ne sono certo nonostante si sia fatto e si stia facendo
di tutto per svuotarla di contenuti e di risorse finanziare come fosse un inutile
centro di spesa.
Come le altre Provincie, anche quella di Belluno è stata trasformata da
Provincia elettiva ad ente di secondo grado governata dai sindaci.
Contemporaneamente le Provincie d’Italia hanno subito attacchi continui dai
poteri centrali nazionali e regionali.
Poi è arrivata la legge Delrio che riconosce una particolare attenzione alle tre
provincie interamente montane che sono tre e una è la nostra. Però agli
enunciati non sono seguiti i provvedimenti di governo per attuare quella
specificità promessa dalla legge.
Anche il nuovo Statuto della Regione Veneto, con la legge numero 25,
riconosce alla provincia di Belluno specificità e trasferimento gestionale di
funzioni.
Provvedimenti vuoti e promesse al vento sia da parte del governo centrale
che da quello regionale che, con arroganza, si sta riprendendo le deleghe di
cui ha convenienza come quella riguardante la gestione faunistica. Una
decisione che lascia attoniti e preoccupati.
C’è da dire però che nessuno ha protestato. In altri tempi saremmo scesi in
piazza per difendere quello che ritenevamo una nostra prerogativa.
Basta!
La Provincia del futuro non deve più accettare queste provocazioni. Non deve
più arrendersi alle arroganze di Venezia e di Roma.
La Provincia del futuro deve lavorare per l’unità e il referendum
sull’autonomia è senza dubbio uno strumento a cui credere e per cui lottare
Insieme dobbiamo superare l’oramai annoso rapporto di sudditanza e
subalternità con Venezia e con Roma. La nuova Provincia deve farsi carico
delle diverse situazioni in cui si vengono a trovare i Comuni del bellunese.
Solo così è possibile evitare che ogni amministratore, ogni rappresentante di
ente e di categoria, per proprio conto, si rechi dall’assessore regionale di
turno, con il cappello in mano, da suddito, a chiedere favori, concessioni,
finanziamenti, un occhio di riguardo.
Basta!
Non è più tollerabile che a Venezia e a Roma si rifiutino di capire che vivere
in quota, in pendenza, è più complesso e costoso che in pianura. E sono in
pochi a rendersi conto che la salute della pianura è direttamente
proporzionale alla salute della montagna. A questo proposito, qualche anno
fa, Mario Rigoni Stern ricordava che quando l’ultimo montanaro se ne sarà
andato, le ortiche invaderanno anche Piazza San Marco.
Il nuovo Consiglio provinciale dovrà impegnarsi in tutti i modi per far capire
questo. Altrimenti continueremo a parlare linguaggi diversi e non ci capiremo
mai.
La nuova Provincia dovrà rivolgere un’attenzione speciale allo sviluppo
armonico dei vari territori.
Oggi con lo sviluppo dell’occhialeria e la metalmeccanica il territorio
bellunese figura tra i più competitivi, con tassi di industrializzazione tra i più
alti d’Italia e con produzioni di eccellenza. E qui l’iniziativa privata va elogiata,
incoraggiata e appoggiata.
E’ nei confronti dell’agricoltura che la Provincia deve scendere in campo in
maniera decisa. Le attività del settore primario sono diventate residuali e così
il territorio è stato abbandonato e rinselvatichito. In pericolo anche i paesaggi,
quelli plasmati in millenni dai montanari. Su questo versante c’è bisogno di
una regia capace di sollecitare, progettare, cercare finanziamenti, valorizzare
le esperienze di giovani che stanno tentando di fare impresa in montagna. Se
non lo fa questo ente chi lo farà?
Collegato all’agricoltura c’è il turismo. Non possiamo dimenticare che questo
settore rappresenta la più grande opportunità per la nostra Provincia. Dolomiti
Patrimonio dell’Umanità è un riconoscimento e un marchio che non è stato
ancora messo bene a frutto. Il settore del turismo richiede un grande
progetto partecipato nella fase costitutiva e richiede un impegno collettivo
nella realizzazione. Per questo motivo a decidere le strategie turistiche della
montagna bellunese dobbiamo essere noi!
Il tema dell’energia e dell’uso sostenibile della risorsa idrica ha una rilevanza
fondamentale per lo sviluppo dei nostri territori. Per questo motivo non può
essere regolamentata e normata solo da Venezia, Roma e Bruxelles, da
attori cioè che non vivono sui territori montani dove nasce la risorsa idrica.
Questioni importanti riguardano la rifunzionalizzazione dei corsi d’acqua, i
rinnovi delle grandi concessioni e i pagamenti eco sistemici ai territori che
continuamente vengono messi in discussione dagli utilizzatori
consentitemi di iniziare questa mia lettera aperta con una nota di sano
ottimismo dettato dalla convinzione che, nonostante tutti i limiti politici e
congiunturali, la nostra Provincia può aspirare a diventare la protagonista di
un progetto ambizioso. Ne sono certo nonostante si sia fatto e si stia facendo
di tutto per svuotarla di contenuti e di risorse finanziare come fosse un inutile
centro di spesa.
Come le altre Provincie, anche quella di Belluno è stata trasformata da
Provincia elettiva ad ente di secondo grado governata dai sindaci.
Contemporaneamente le Provincie d’Italia hanno subito attacchi continui dai
poteri centrali nazionali e regionali.
Poi è arrivata la legge Delrio che riconosce una particolare attenzione alle tre
provincie interamente montane che sono tre e una è la nostra. Però agli
enunciati non sono seguiti i provvedimenti di governo per attuare quella
specificità promessa dalla legge.
Anche il nuovo Statuto della Regione Veneto, con la legge numero 25,
riconosce alla provincia di Belluno specificità e trasferimento gestionale di
funzioni.
Provvedimenti vuoti e promesse al vento sia da parte del governo centrale
che da quello regionale che, con arroganza, si sta riprendendo le deleghe di
cui ha convenienza come quella riguardante la gestione faunistica. Una
decisione che lascia attoniti e preoccupati.
C’è da dire però che nessuno ha protestato. In altri tempi saremmo scesi in
piazza per difendere quello che ritenevamo una nostra prerogativa.
Basta!
La Provincia del futuro non deve più accettare queste provocazioni. Non deve
più arrendersi alle arroganze di Venezia e di Roma.
La Provincia del futuro deve lavorare per l’unità e il referendum
sull’autonomia è senza dubbio uno strumento a cui credere e per cui lottare
Insieme dobbiamo superare l’oramai annoso rapporto di sudditanza e
subalternità con Venezia e con Roma. La nuova Provincia deve farsi carico
delle diverse situazioni in cui si vengono a trovare i Comuni del bellunese.
Solo così è possibile evitare che ogni amministratore, ogni rappresentante di
ente e di categoria, per proprio conto, si rechi dall’assessore regionale di
turno, con il cappello in mano, da suddito, a chiedere favori, concessioni,
finanziamenti, un occhio di riguardo.
Basta!
Non è più tollerabile che a Venezia e a Roma si rifiutino di capire che vivere
in quota, in pendenza, è più complesso e costoso che in pianura. E sono in
pochi a rendersi conto che la salute della pianura è direttamente
proporzionale alla salute della montagna. A questo proposito, qualche anno
fa, Mario Rigoni Stern ricordava che quando l’ultimo montanaro se ne sarà
andato, le ortiche invaderanno anche Piazza San Marco.
Il nuovo Consiglio provinciale dovrà impegnarsi in tutti i modi per far capire
questo. Altrimenti continueremo a parlare linguaggi diversi e non ci capiremo
mai.
La nuova Provincia dovrà rivolgere un’attenzione speciale allo sviluppo
armonico dei vari territori.
Oggi con lo sviluppo dell’occhialeria e la metalmeccanica il territorio
bellunese figura tra i più competitivi, con tassi di industrializzazione tra i più
alti d’Italia e con produzioni di eccellenza. E qui l’iniziativa privata va elogiata,
incoraggiata e appoggiata.
E’ nei confronti dell’agricoltura che la Provincia deve scendere in campo in
maniera decisa. Le attività del settore primario sono diventate residuali e così
il territorio è stato abbandonato e rinselvatichito. In pericolo anche i paesaggi,
quelli plasmati in millenni dai montanari. Su questo versante c’è bisogno di
una regia capace di sollecitare, progettare, cercare finanziamenti, valorizzare
le esperienze di giovani che stanno tentando di fare impresa in montagna. Se
non lo fa questo ente chi lo farà?
Collegato all’agricoltura c’è il turismo. Non possiamo dimenticare che questo
settore rappresenta la più grande opportunità per la nostra Provincia. Dolomiti
Patrimonio dell’Umanità è un riconoscimento e un marchio che non è stato
ancora messo bene a frutto. Il settore del turismo richiede un grande
progetto partecipato nella fase costitutiva e richiede un impegno collettivo
nella realizzazione. Per questo motivo a decidere le strategie turistiche della
montagna bellunese dobbiamo essere noi!
Il tema dell’energia e dell’uso sostenibile della risorsa idrica ha una rilevanza
fondamentale per lo sviluppo dei nostri territori. Per questo motivo non può
essere regolamentata e normata solo da Venezia, Roma e Bruxelles, da
attori cioè che non vivono sui territori montani dove nasce la risorsa idrica.
Questioni importanti riguardano la rifunzionalizzazione dei corsi d’acqua, i
rinnovi delle grandi concessioni e i pagamenti eco sistemici ai territori che
continuamente vengono messi in discussione dagli utilizzatori
Chi ha difeso i
Comuni e la Provincia di fronte alle riduzioni dei canoni e
sovra canoni in seguito alla delibera regionale di qualche tempo fa?
La nuova Provincia deve far capire, anche con energica determinazione, che
la montagna ha diritto di decidere cosa fare delle proprie risorse e come
utilizzarle in modo sostenibile per il benessere delle comunità locali!
Altro tema riguarda la mobilità. E’ fondamentale migliorare i collegamenti
intervallivi e portare a compimento i progetti ferroviari di cui stiamo
discutendo in queste settimane.
Altra priorità è la sicurezza dei nostri territori relativamente alla difesa del
suolo. Quando la montagna si spopola e mancano i presidi umani le fragilità
idrauliche dei territori si accentuano e i costi diventano insopportabili. Cortina
Auronzo, San Vito, Borca, Santo Stefano, San Pietro, Rocca Pietore, Alpago,
Lozzo ne sono la testimonianza. Queste fragilità mettono continuamente in
discussione la sicurezza della nostra gente e anche quella di chi frequenta
per turismo le nostre località.
La nuova Provincia se ne deve occupare di più e meglio. Ma non senza soldi
e senza il personale di settore. Lo devono capire bene la Regione e lo Stato.
Per la pianura saranno importanti il Mose o la Pedemontana, per noi sono
fondamentali le difese idrogeologiche contro le frane di Borca, San Vito,
Cortina, Santo Stefano, Lozzo, Rocca Pietore, Alpago, Auronzo.
La difesa del suolo è di competenza provinciale e potrebbe esserlo anche il
Genio Civile. A due condizioni però: che la nuova Provincia riceva da Venezia
tutte le risorse necessarie e che sia la Provincia a trattare direttamente con il
Ministero dell’Ambiente e con la struttura della Protezione Civile presso la
Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere le risorse necessarie.
Se siamo speciali per la Delrio e per lo Statuto regionale, lo Stato e la
Regione devono dimostrarcelo senza titubanze, temporeggiamenti e furbate.
La nuova Provincia deve poi impegnarsi per rilanciare l’intera partita della
Formazione dei nostri giovani. Solo così si contribuirebbe ad arginare lo
spopolamento delle nostre valli. Altra partita fondamentale da giocare
riguarda i servizi socio sanitari che sono gli indispensabili presidi per le
popolazioni in montagna. E’ diventato fondamentale coordinarne con
autorevolezza la difesa e lo sviluppo per garantire alla nostra gente pari
dignità e pari opportunità rispetto alle genti della pianura.
Sono questi i temi per i quali intendevo impegnarmi quando ho preso la
decisione di mettermi a disposizione. Da sempre sostengo la necessità di un
progetto unitario per il bene di tutti i bellunesi.
Altro motivo che mi ha sollecitato a rendermi disponibile è venuto dalla
preoccupazione che il percorso intrapreso per eleggere il nuovo presidente
della Provincia con una sola candidatura non unitaria avrebbe frammentato
ulteriormente le realtà amministrative del territorio.
E poi mi ha profondamente amareggiato dover constatare che chi ha gestito
la partita lo ha fatto dimostrando arroganza dettata dalla forza dei pesi
elettorali, insensibilità e scarso senso di democrazia partecipativa.
Il tutto mi ha convinto che fosse necessario lanciare un sasso nello stagno. E
devo dire che questa mia scelta ha costretto i media e le forze politicoamministrative finalmente a parlare di Provincia. Personalmente avrei
desiderato confronti pubblici nelle varie realtà territoriali tra i candidati e i
protagonisti dell’economia e del mondo sociale. Sarebbe stata un’opportunità
da cogliere e da sfruttare. Ne ero talmente convinto che l’ho proposto
insistentemente a tutti, compreso Roberto Padrin. Nessuno ha accolto l’invito.
A questo punto mi sono reso conto che la mia candidatura contribuirebbe
soltanto a dividere ulteriormente le nostre Amministrazioni comunali tra di loro
e dentro a loro. Per questo ho deciso di ritirarla auspicando che
dall’appuntamento del 10 settembre possa sortire quel sussulto unitario che
rappresenta la sola forza in grado di difenderci e di aiutarci a guardare al
futuro con un po’ di ottimismo. Dobbiamo però esserne convinti imponendoci
un gioco di squadra. Solo così saremo protagonisti e non succubi. Solo così
avremo la forza di fare, con coraggio, le scelte giuste per la nostra gente e
solo così potremo pretendere quanto ci è dovuto come Aldo Moro ricordava
già nel lontano 1966 a Santo Stefano di Cadore” La provincia di Belluno
chiusa tra due regioni a statuto speciale va particolarmente aiutata”. Soltanto
le azioni collettive lasciano il segno nei territori e nell’animo di chi li abita.
sovra canoni in seguito alla delibera regionale di qualche tempo fa?
La nuova Provincia deve far capire, anche con energica determinazione, che
la montagna ha diritto di decidere cosa fare delle proprie risorse e come
utilizzarle in modo sostenibile per il benessere delle comunità locali!
Altro tema riguarda la mobilità. E’ fondamentale migliorare i collegamenti
intervallivi e portare a compimento i progetti ferroviari di cui stiamo
discutendo in queste settimane.
Altra priorità è la sicurezza dei nostri territori relativamente alla difesa del
suolo. Quando la montagna si spopola e mancano i presidi umani le fragilità
idrauliche dei territori si accentuano e i costi diventano insopportabili. Cortina
Auronzo, San Vito, Borca, Santo Stefano, San Pietro, Rocca Pietore, Alpago,
Lozzo ne sono la testimonianza. Queste fragilità mettono continuamente in
discussione la sicurezza della nostra gente e anche quella di chi frequenta
per turismo le nostre località.
La nuova Provincia se ne deve occupare di più e meglio. Ma non senza soldi
e senza il personale di settore. Lo devono capire bene la Regione e lo Stato.
Per la pianura saranno importanti il Mose o la Pedemontana, per noi sono
fondamentali le difese idrogeologiche contro le frane di Borca, San Vito,
Cortina, Santo Stefano, Lozzo, Rocca Pietore, Alpago, Auronzo.
La difesa del suolo è di competenza provinciale e potrebbe esserlo anche il
Genio Civile. A due condizioni però: che la nuova Provincia riceva da Venezia
tutte le risorse necessarie e che sia la Provincia a trattare direttamente con il
Ministero dell’Ambiente e con la struttura della Protezione Civile presso la
Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere le risorse necessarie.
Se siamo speciali per la Delrio e per lo Statuto regionale, lo Stato e la
Regione devono dimostrarcelo senza titubanze, temporeggiamenti e furbate.
La nuova Provincia deve poi impegnarsi per rilanciare l’intera partita della
Formazione dei nostri giovani. Solo così si contribuirebbe ad arginare lo
spopolamento delle nostre valli. Altra partita fondamentale da giocare
riguarda i servizi socio sanitari che sono gli indispensabili presidi per le
popolazioni in montagna. E’ diventato fondamentale coordinarne con
autorevolezza la difesa e lo sviluppo per garantire alla nostra gente pari
dignità e pari opportunità rispetto alle genti della pianura.
Sono questi i temi per i quali intendevo impegnarmi quando ho preso la
decisione di mettermi a disposizione. Da sempre sostengo la necessità di un
progetto unitario per il bene di tutti i bellunesi.
Altro motivo che mi ha sollecitato a rendermi disponibile è venuto dalla
preoccupazione che il percorso intrapreso per eleggere il nuovo presidente
della Provincia con una sola candidatura non unitaria avrebbe frammentato
ulteriormente le realtà amministrative del territorio.
E poi mi ha profondamente amareggiato dover constatare che chi ha gestito
la partita lo ha fatto dimostrando arroganza dettata dalla forza dei pesi
elettorali, insensibilità e scarso senso di democrazia partecipativa.
Il tutto mi ha convinto che fosse necessario lanciare un sasso nello stagno. E
devo dire che questa mia scelta ha costretto i media e le forze politicoamministrative finalmente a parlare di Provincia. Personalmente avrei
desiderato confronti pubblici nelle varie realtà territoriali tra i candidati e i
protagonisti dell’economia e del mondo sociale. Sarebbe stata un’opportunità
da cogliere e da sfruttare. Ne ero talmente convinto che l’ho proposto
insistentemente a tutti, compreso Roberto Padrin. Nessuno ha accolto l’invito.
A questo punto mi sono reso conto che la mia candidatura contribuirebbe
soltanto a dividere ulteriormente le nostre Amministrazioni comunali tra di loro
e dentro a loro. Per questo ho deciso di ritirarla auspicando che
dall’appuntamento del 10 settembre possa sortire quel sussulto unitario che
rappresenta la sola forza in grado di difenderci e di aiutarci a guardare al
futuro con un po’ di ottimismo. Dobbiamo però esserne convinti imponendoci
un gioco di squadra. Solo così saremo protagonisti e non succubi. Solo così
avremo la forza di fare, con coraggio, le scelte giuste per la nostra gente e
solo così potremo pretendere quanto ci è dovuto come Aldo Moro ricordava
già nel lontano 1966 a Santo Stefano di Cadore” La provincia di Belluno
chiusa tra due regioni a statuto speciale va particolarmente aiutata”. Soltanto
le azioni collettive lasciano il segno nei territori e nell’animo di chi li abita.
Lozzo di Cadore 5
settembre 2017
Mario Manfreda
Mario Manfreda
martedì 30 maggio 2017
CHI ODIA PIEVE DI CADORE A TAL PUNTO DA CONDANNARLO AL DEGRADO ECONOMICO E MORALE?
E' ciò che pensa chi, in questi giorni cruciali per cercare un'amministrazione comunale efficiente e in grado di farlo risalire dalla china dov'è scivolato in questi mesi, sente negli ambienti più disparati, anche da persone nelle quali avrebbe fiducia, l'invito a disertare le urne l'11 giugno, dove c'è in lizza una sola lista. Dunque, ci risiamo: il tentativo di non consentire il raggiungimento del quorum che era miseramente fallito nelle elezioni del 2012, viene riproposto nuovamente, creando una campagna di diffamazioni e di bugie tali da convincere i cittadini più deboli a non recarsi a votare. Tra l'altro, con un'azione riprovevole, queste persone che non sono capaci di fare altro che maldicenza, stanno cercando anche di mettere in bocca al sindaco Maria Antonia Ciotti parole che lei non ha mai pronunciato.
E' l'azione di gruppi di potere che in altri luoghi d'Italia prendono il nome di mafia o di conventicole. Non hanno colore politico: sono persone inqualificabili che dopo aver convinto molti cittadini possibilisti a non presentare una seconda lista civica o di partito, fanno leva sulla loro potenza economica o sociale per non consentire la costituzione di un consiglio comunale regolare, in grado di prendere quelle decisioni necessarie per riportare l'economia al livello di alcuni anni fa. Sono le stesse organizzazioni che hanno spinto a votare NO! al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, senza spiegare alle persone succubi della televisione e dei discorsi da bar, in che palude saremo finiti. Ora, dopo aver demolito anche moralmente i cittadini del Comune di Pieve, questi gruppi si stanno impegnando, invece che per fare una lista alternativa a quella che è stata presentata il 29 marzo, a nascondere quella faccia che non hanno avuto il coraggio sottoporre al giudizio dei cittadini elettori. Lo fanno nel modo più subdolo: nascondendosi dietro a persone rispettabili per essere più convincenti. Oggi, vorrebbero commissariare nuovamente-sarebbe la terza volta- il Comune di Pieve. Per quali motivi? Forse perché si aspettano di saccheggiarlo come hanno fatto nei decenni passati e farne pagare le spese ai cittadini più deboli? Una situazione che è stata evidenziata dall'impossibilità di formare una seconda lista anche da parte di una persona che ha dovuto abbandonare il suo tentativo a causa della mancanza di senso civico e di amore per il proprio paese, portandolo al fallimento. “Ho metaforicamente bussato a decine di porte", ha affermato questa persona, "alcune hanno aperto lasciando però la catenella di sicurezza, tante altre non hanno neppure aperto, facendo addirittura segno scaramantici di scongiura alla mia proposta. Quale sia la “paura” non me lo so spiegare". Purtroppo le porte chiuse non lo sono a caso, ma su suggerimento di qualche gruppo, che forse in cambio ha promesso un posto di lavoro oppure un altro favore. Votare è un diritto ed un dovere sanciti da quella Costituzione Italiana per la quale è stata invocata la difesa al voto referendario, ma che ancora non è attuata nelle parti che danno gli stessi diritti ai cittadini. Chi invita un suo simile a non votare priva questa persona di un diritto sacrosanto conquistato dal Popolo Italiano con il sangue e con il lavoro e non agendo da carbonari ma alla luce del sole. Nessuno può essere invitato a disertare le urne, senza commettere un reato nei confronti della persona alla quale si rivolge. Fatevi coraggio, cadorini, il voto è una conquista, compresa la decisione di votare scheda bianca se la proposta non è condivisa.
E' l'azione di gruppi di potere che in altri luoghi d'Italia prendono il nome di mafia o di conventicole. Non hanno colore politico: sono persone inqualificabili che dopo aver convinto molti cittadini possibilisti a non presentare una seconda lista civica o di partito, fanno leva sulla loro potenza economica o sociale per non consentire la costituzione di un consiglio comunale regolare, in grado di prendere quelle decisioni necessarie per riportare l'economia al livello di alcuni anni fa. Sono le stesse organizzazioni che hanno spinto a votare NO! al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, senza spiegare alle persone succubi della televisione e dei discorsi da bar, in che palude saremo finiti. Ora, dopo aver demolito anche moralmente i cittadini del Comune di Pieve, questi gruppi si stanno impegnando, invece che per fare una lista alternativa a quella che è stata presentata il 29 marzo, a nascondere quella faccia che non hanno avuto il coraggio sottoporre al giudizio dei cittadini elettori. Lo fanno nel modo più subdolo: nascondendosi dietro a persone rispettabili per essere più convincenti. Oggi, vorrebbero commissariare nuovamente-sarebbe la terza volta- il Comune di Pieve. Per quali motivi? Forse perché si aspettano di saccheggiarlo come hanno fatto nei decenni passati e farne pagare le spese ai cittadini più deboli? Una situazione che è stata evidenziata dall'impossibilità di formare una seconda lista anche da parte di una persona che ha dovuto abbandonare il suo tentativo a causa della mancanza di senso civico e di amore per il proprio paese, portandolo al fallimento. “Ho metaforicamente bussato a decine di porte", ha affermato questa persona, "alcune hanno aperto lasciando però la catenella di sicurezza, tante altre non hanno neppure aperto, facendo addirittura segno scaramantici di scongiura alla mia proposta. Quale sia la “paura” non me lo so spiegare". Purtroppo le porte chiuse non lo sono a caso, ma su suggerimento di qualche gruppo, che forse in cambio ha promesso un posto di lavoro oppure un altro favore. Votare è un diritto ed un dovere sanciti da quella Costituzione Italiana per la quale è stata invocata la difesa al voto referendario, ma che ancora non è attuata nelle parti che danno gli stessi diritti ai cittadini. Chi invita un suo simile a non votare priva questa persona di un diritto sacrosanto conquistato dal Popolo Italiano con il sangue e con il lavoro e non agendo da carbonari ma alla luce del sole. Nessuno può essere invitato a disertare le urne, senza commettere un reato nei confronti della persona alla quale si rivolge. Fatevi coraggio, cadorini, il voto è una conquista, compresa la decisione di votare scheda bianca se la proposta non è condivisa.
lunedì 9 gennaio 2017
L'ESPERIENZA DI ACCOGLIENZA DELLA COOPERATIVA SOCIALE CADORE
Pieve
di Cadore, 4 gennaio 2017
CS
1/2017
Arrivo
di richiedenti asilo ad Auronzo di Cadore, la Cooperativa Cadore Scs non sta
operando per gestirne l’accoglienza. La
Cooperativa Cadore Scs, dal 2011 impegnata nella gestione dei richiedenti asilo
giunti e ospitati in territorio cadorino, tiene a fare una precisazione in
merito all’articolo apparso martedì 3 gennaio sul Corriere delle Alpi. Sul
“tavolo” il molto probabile arrivo di una quindicina di profughi ad Auronzo di
Cadore. «Nell’articolo si legge che i profughi in arrivo “potrebbero essere
affidati alla Cooperativa Cadore, come già in altri paesi del territorio”.
Precisiamo che non è così», fa presente Luca Valmassoi, responsabile settore
turismo della Cadore Scs. «Siamo intervenuti più volte per trovare alloggi. E
siamo sempre alla ricerca di nuove sistemazioni. Sistemazioni che, secondo il modello
adottato da noi sin dall’inizio, ossia quello dell’ospitalità
diffusa, sono per piccoli gruppi. Ma non in questo
specifico caso. Ad Auronzo non è la Cadore Scs ad occuparsene, ma saranno altri
soggetti. Non abbiamo notizia su chi interverrà, ma possiamo dire per certo che
non siamo noi». E
la realtà cooperativa nata nel 2008 a Valle di Cadore - con lo scopo di
perseguire l’interesse generale della comunità tendendo all’integrazione
sociale - coglie anche l’occasione per fare un bilancio dell’attività svolta in
questi ultimi anni nel campo della gestione dei richiedenti asilo. «Sin dal
2011 è stato adottato il modello dell’ospitalità diffusa», ribadisce Valmassoi,
«ossia piccoli gruppi dislocati in diverse zone: si tratta del modello
che paga di più in termini di integrazione».
Considerata
la sempre maggiore pressione dovuta all’inarrestabile flusso di migranti e,
soprattutto, forte dell’esperienza positiva maturata nel periodo precedente, la
Cadore Scs, dal mese di maggio 2015, ha visto aumentare il numero di prese in
carico di richiedenti asilo, che dalla decina iniziale ha raggiunto ad aprile
2016 le 34 unità. «Attualmente la “famiglia” è cresciuta: siamo a 57
unità», precisa Valmassoi.
Nell’ultimo
biennio si è provveduto anche all’apertura di nuove strutture, dislocate su
Comuni del Cadore precedentemente non interessati nel progetto, coinvolgendo
non solo altre amministrazioni locali, ma anche la Diocesi di Belluno, avendo
quest’ultima generosamente concesso in comodato d’uso un suo ex convento.
Le
strutture ricettive attive sono una casa singola a Valle di Cadore (capacità
ricettiva 5-6 persone), l’ex convento (18-20 persone) e un appartamento (3-4) a
Pieve, un appartamento a Domegge (4-5) «e, mentre è stata chiusa la piccola
struttura di Perarolo, ne abbiamo aperte due nuove: a Lozzo (6 ospiti) e Santo
Stefano (8 ospiti)».
Nelle
diverse strutture, per quanto possibile, si è cercato di favorire la convivenza
tra gli ospiti creando gruppi omogenei per lingua ed etnia. Inoltre, la Cadore
Scs continua a facilitare la massima autonomia da parte degli ospiti per quanto
riguarda la gestione dei pasti, delle pulizie, della lavanderia.
Le
esperienze passate avevano visto la Cooperativa ospitare solamente giovani
uomini provenienti dalle zone sub-sahariane. Dal giugno 2015 invece, hanno
cominciato a presentarsi delle situazioni meno omogenee. Per alcuni mesi la
Cadore Scs si è presi in carico tre coppie di coniugi e si è anche assistito
alla nascita di un bebè, avvenuta nel settembre 2015. Inoltre, dall’estate 2015
sono ospitate anche persone provenienti dal continente asiatico, come ad
esempio cittadini afghani, bangladesi e pakistani.
Per
favorire l’integrazione sono stati organizzati incontri di discussione con lo
psicologo della Cooperativa e da settembre 2015 gli ospiti possono usufruire
dell’ausilio della figura della mediatrice culturale. Non sono mancati i corsi
di lingua italiana: tutti i richiedenti asilo hanno potuto seguirli sin dai
primi giorni del loro arrivo. Da non dimenticare, solo per citare alcuni degli
altri progetti, le attività di volontariato (come sfalcio dei prati e pulizia
delle strade); alcuni allenamenti e una partita amichevole grazie all’associazione
sportiva Fc Cadore 1919; l’incontro “Human: Accoglienza, diritti e futuro”, a
marzo 2016; l’impiego di cinque richiedenti protezione internazionale nel
progetto di coltivazione del carciofo di montagna, “SIMBIorti”.
venerdì 23 dicembre 2016
IL SUICIDIO DEL CADORE
NEL 2021 LA PROVINCIA DI BELLUNO E' SCESA SOTTO I 200.000 ABITANTI
Senza nuovi abitanti in tempi brevi, il Cadore e il bellunese sono destinati ad un ritorno al Medio Evo con la perdita dei servizi essenziali, con la chiusura degli ospedali, delle scuole, del commercio, e della ferrovia. Per questo non sono comprensibili i molti rifiuti e le resistenze ad accogliere nei paesi di montagna, quasi disabitati a causa della denatalità e dell'emigrazione degli ultimi 50 anni, rifugiati e profughi provenienti da altri stati e da altri continenti. In quasi tutti i paesi dolomitici di cultura ladina, ormai quasi il 50% delle case o è occupato da una persona sola con i famigliari all'estero, oppure sono vuoti e il proprietario è condannato a pagare IMU Tarsi e imposte varie senza avere in cambio alcun servizio. Se le autorità e le stesse comunità di villaggio proponessero alla Prefettura un progetto per l'accoglienza nei paesi dolomitici per l'accoglimento in ogni comunità di una -due famiglie di richiedenti asilo che potrebbero occupare a pagamento una casa vuota, non solo ne trarrebbe beneficio la famiglia ospitata, ma molto di più la stessa comunità, ad iniziare da chi la ospita che recupererebbe il costo della casa attraverso l'affitto pagato in questo caso dallo Stato. Ne trarrebbe un beneficio il commercio che con una famiglia in più aumenterebbe il suo giro d'affari; ne avrebbero un vantaggio anche le scuole che potrebbero far ripartire quelle classi ferme per carenza di scolari.Infine la stessa comunità che potrebbe avere a disposizione le persone necessarie per la manutenzione ambientale, tanto invocata quando ci sono le alluvioni e mai attuata per mancanza di mezzi. La provincia di Belluno perde oltre 1200 persone all'anno. Si tratta di un fenomeno noto ancora dagli anni '90 del secolo scorso e che si è accentuato negli ultimi anni, favorito anche dalla crisi dell'occhiale e del turismo, una crisi che per quanto riguarda l'industria dell'occhiale sembra si sia fermata e gli ordini abbiano ripreso vigore in questi ultimi due anni. Sotto certi aspetti è una ripresa drogata dai cattivi comportamenti di alcuni imprenditori che si stanno comportando nei confronti dei dipendenti in modo non sempre legale, senz'altro poco umano, utilizzandoli come scorta per i periodi di sovraproduzione.. Si affidano alle agenzie interinali che forniscono mano d'opera a basso costo, senza consentire a queste persone di avere un lavoro sicuro e con una garanzia per il futuro.
E' evidente che questi lavoratori, non appena capita loro l'occasione, lasciano il territorio che si spopola ancora di più e anche chi vorrebbe rimanerci, lo abbandona. Se aggiungiamo questo fenomeno alla diminuzione delle nascite, possiamo senz'altro affermare che nel futuro il Cadore e la montagna dolomitica non potrà recuperare l'economia perduta, ma rimarrà senza i servizi essenziali e di conseguenza il livello della vita è destinato a crollare provocando un ulteriore abbandono dei paesi.
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